10 Canoe
Film di Rolf de Heer, regista australiano di nascita olandese, venuto alla ribalta internazionale con film come Alexandra’s project (2003), e The Tracker (2002), apprezzati in vari festival. Il film, uscito nel 2006, è interamente ambientato nella regione del Northern Territory australiano, nella zona di Arnhem.
10 Canoe, coprodotto dalla Fandango di Domenico Procacci, è reperibile in Dvd nell’edizione distribuita dalla Cecchi Gori. Lingua inglese e italiano. All’interno anche varie sinossi, biografie, glossari e trailer originale.
Trama del film
Un aborigeno australiano di nome Dayindi è innamorato della terza moglie del fratello. E’ la stagione della caccia alle oche, e dieci uomini della tribù si accingono ad attraversare la palude con le rispettive canoe. Il vecchio capo Minygululu ne approfitta per raccontare a Dayindi una storia ambientata nell’antichità, dove l’antenato Ridjmiraril si trovò ad affrontare una situazione simile. Il fratello Yeeralparil si innamorò, infatti, della terza moglie di Ridjmiraril. Durante la caccia Dayindi è ansioso di conoscere dettagli e anticipazioni della storia dei due fratelli antenati. Minygululu aspetta sapientemente la fine del viaggio, definendo quasi un percorso iniziatico. Il racconto, infatti, ha uno scopo didattico: Dayindi impara la virtù della pazienza e del rispetto verso le leggi che governano la tribù.
Recensione
Il regista, aiutato dallo stesso attore di The Tracker, David Gulpilil (Ridjmiraril nel film), si avventura nella terra di Arnhem per girare un film con gli aborigeni della tribù dello stesso Gulpilil. Dopo alcuni anni, e vani tentativi, riescono a portare a termine l’opera. Il film è raccontato in voce off da un narratore, il quale si presenta come uomo della tribù stessa. Sarebbe più corretto parlare di una presentazione, più che di un racconto, poiché il personaggio gradatamente si defila intervenendo qua e là nella storia. Storia narrata in lingua originale, Yolngu e Mandalpingu, con sottotitoli.
Si viene immediatamente attratti dal film. Lasciando stare, per una volta, i richiami ambientalistici e naturali, bellissimi, profondi, e spesso estetizzanti, si è coinvolti, in questo caso, in una specie di disorientamento temporale. Il racconto narrato dal vecchio capo si confonde dolcemente con il presente, legato alla caccia alle oche. Questo gioco diventa plausibile grazie all’utilizzo dello stesso attore (Jamie Gulpilil), per i personaggi di Dayindi e di Yeeralparil.
Inoltre ciò diventa possibile grazie al tipo di narrazione offerta: presente e passato si alimentano l’un l’altro, susseguendosi. Paradossalmente, allo stesso tempo, presente e passato rimangono distinti su due piani separati. E questo grazie all’ottima fotografia (di Ian Jones) che propone, in modo anticonvenzionale, il presente in bianco e nero e il passato a colori. Questa scelta è stata fortemente voluta dal regista De Heer, colpito e attratto dalle foto in B/N dell’antropologo Donald Thomson che negli anni ’30 scattò più di 4000 fotografie agli aborigeni della terra di Arnhem.
Quest’aspetto è fondamentale: ci aiuta a comprendere ancor più un’opera dal “sapore antropologico”, un film che a tratti sembra uno studio etnico sugli usi e sui costumi della popolazione. Lo stesso regista ha affermato come la tribù abbia vissuto l’esperienza delle riprese cinematografiche lontano dai canoni a noi conosciuti, in quanto per loro realtà e finzione non esistono.
Luca Corini - FilmKamera