Abu Simbel: l'antico Egitto del faraone Ramses II
Due volte all'anno un raggio di sole penetra la roccia, cerca un pertugio tra graffiti, colonne, dipinti e illumina il volto della statua del faraone. Accade il 21 febbraio, giorno della sua nascita, ed il 22 ottobre, giorno della sua incoronazione. Il volto è quello di Ramses II, terzo re della XIX dinastia, il faraone - insieme a Tutankhamon, ma certo non per gli stessi motivi - più celebre dell’intera storia dell’antico Egitto, che ha governato il popolo del Nilo per ben 67 anni. Ramses II è l’emblema stesso del potere e del magnetismo evocato dai faraoni. Un uomo che ha inciso il proprio nome su tutti i templi della valle del Nilo, che si è reso immortale attraverso l’architettura, la pittura e la sottile arma della propaganda, cui queste due nobili arti, spesso, e non solo nell’Egitto del Nuovo Regno, si sottomettono.

Il sovrano guerriero
Ramses II è realtà e leggenda. Figlio del grande Sethi I, giovanissimo, divenne faraone dell’alto e del basso Egitto. Fu marito delle grandi spose reali Isisnofret, che gli diede il successore Merenptah, e Nefertari, la più bella, l’ombra femminile che lo seguiva ovunque, sempre al suo fianco, anche nelle raffigurazioni sui templi. La carriera di amatore del faraone, un uomo eccezionale in ogni sua manifestazione, non poteva restringersi alle sole spose reali, le sue tante mogli secondarie e le innumerevoli concubine gli diedero oltre cento figli, molti dei quali non sopravvissero al padre.
Ramses II è un sovrano guerriero che, sul suo veloce carro da guerra, affronta i nemici, li sottomette, ne fa strage. Culmine della sua attività di guerriero è la mitica battaglia di Qadesh, celebrata su tutti i templi dell’antico Egitto. È il 1275 a.C., Roma e Atene si nascondono ancora nelle pieghe della preistoria occidentale; il medio oriente è una terra con secoli di civiltà ed è asservita a due superpotenze: gli egizi, comandati da Ramses e gli Hittiti, di Muwatallish. Due regni che faticano a convivere, che chiedono spazio e che, alla fine si affrontano alle porte di una città della Siria.
Ma come spesso accade in queste epiche battaglie, non vi sono né vincitori né vinti. Da una parte e dall’altra se ne va un certo numero di carri da guerra, vengono spazzati via un po’ di cavalli e qualche migliaio di uomini resta riverso tra la sabbia del deserto. Eppure la macchina di propaganda messa in piedi dal sovrano – quante cose insegnerebbe la storia, se si avesse la pazienza di leggerla a dovere – ha l’abilità di trasformare un faticoso “pareggio” in una grande vittoria, che innalza il più grande condottiero dell’intero Egitto.
I templi di Abu Simbel
Ramses II, senza nessun aiuto surrettizio, è un grande costruttore. L’Egitto vede la sua mano in tutte le più importanti opere architettoniche. A Ramses dobbiamo uno dei massimi capolavori dell’antichità: i templi di Abu Simbel. Poco distante dal Lago Nasser, circa 300 chilometri a sud di Assuan, il complesso di Abu Simbel, costruito per celebrare la “vittoria di Qadesh” si compone di due templi rupestri: il primo, più grande, ufficialmente dedicato alla triade Amon Ra, Harmakhis e Ptah; il secondo, di minore impatto scenografico, è un’offerta ad Hathor. In realtà entrambe le costruzioni sono la celebrazione di un uomo/dio, di Ramses II, che siede, pari tra pari, nel sancta sanctorum del tempio maggiore, e della sua moglie preferita, Nefertari, che accoglie i visitatori dalla facciata del tempio più piccolo.



Il tempio di Ramses
In pieno deserto nubiano, un piccolo pianoro sulle rive del lago Nasser ospita la maestosità di Ramses II. La facciata, spettacolare, è un omaggio alla vanità del Faraone. Quattro enormi statue, di 21 metri di altezza, spiazzano il visitatore. Ai piedi del faraone, molto più piccoli, ecco i suoi familiari, la madre, alcuni figli e la sua preferita, Nefertari. Da lontano, non ci si rende conto delle proporzioni, ma avvicinandosi ci si sente schiacciati, impotenti di fronte al sogno, realizzato, di un uomo che si eleva a dio.
Oltrepassato l’ingresso, si entra in un atrio scandito da otto possenti colonne che raffigurano il sovrano sotto le sembianze del dio Osiride. La luce, abbacinante all’esterno, ora diviene intima, raccolta. Siamo in una chiesa di tremila anni fa. Tutt’attorno sono scolpite le gesta del faraone, gli artisti egizi ci mostrano, con una chiara intonazione di parte, la battaglia di Qadesh: Ramses in trono, Ramses che colpisce, Ramses in posa plastica che tira con l’arco a bordo del suo splendido carro da battaglia.
Nel secondo atrio le pareti presentano ancora parte dei colori originari, anche se la decorazione non raggiunge i livelli artistici della prima stanza. Ma qui gli occhi sono attratti dalle statue di culto, il sancta sanctorum, in cui siedono Ra-Harakhte, Ptah, Amon-Ra e Ramses stesso, deificato. Qui, come accennato, due volte all'anno, il 21 febbraio e il 22 ottobre, i raggi del sole illuminano soltanto il volto del faraone; durante tutto l’anno quando il sole entra nel tempio, oltre a Ramses, illumina le statue di Ra e Ammone. Solo Ptah rimane in ombra, ma il dio delle tenebre non sa che farsene della luce del sole.
Il tempio di Hator e Nefertari
Poche centinaia di metri ed ecco un nuovo, straordinario, capolavoro scavato nella roccia: il tempio di Hathor e Nefertari. Se raffrontato con quello di Ramses, è certo meno imponente; giunti ai suoi piedi ci si trova comunque a naso all’insù ad osservare le sei statue, di 10 metri d’altezza, che ne compongono la facciata: quattro raffigurano Ramses e due, di uguale altezza, Nefertari.
Dall’ingresso si accede a una sala a tre navate, suddivisa da sei grandi pilastri che riproducono la testa della dea Hathor. I pilastri e le pareti sono ricoperte da eccezionali bassorilievi policromi a carattere religioso: Ramses e Nefertari sono più volte ritratti nell’atto di compiere offerte nei confronti di numerose divinità. Horos, Seth, Anukis, Maat, Iside ci riportano in una dimensione religiosa incredibilmente complessa, in cui la dimensione della morte e dell’aldilà è qualcosa di palpabile, tangibile, estremamente vicino all’uomo e alla sua vita.

Vicissitudini di un capolavoro
Abu Simbel e la sua straordinaria carica religiosa e umana affondano le loro origini in un mondo cronologicamente lontanissimo. Il suo splendore ha superato millenni per regalarci, ancora oggi, emozioni che non hanno pari. Eppure anche questo capolavoro, che pare sfidare le leggi del tempo e della natura, ha vissuto periodi decisamente difficili. Pochi anni dopo la sua costruzione fu danneggiato da un terremoto, e l’enorme statua del sovrano brutalmente deturpata ne è la più drammatica testimonianza. Più tardi l’intera area fu abbandonata al deserto e la sabbia, inesorabile, lo seppellì quasi per intero.
Nei primi anni dell’Ottocento, lo studioso svizzero Burckhardt vide così spuntare tra la sabbia solo le enormi teste dei colossi della facciata. Ma in quel periodo l’egittologia era una specie di mania collettiva e una tale scoperta non poteva non suscitare l’interesse di personaggi del calibro dell’italiano Belzoni che, primo uomo dopo millenni, riuscì a entrare nel santuario.
In pieno Novecento un nuovo pericolo: è il 1960 e il presidente egiziano Nasser dà il via alla costruzione della grande diga di Assuan, che prevede la creazione di un enorme bacino artificiale. Un grande progetto per l’Egitto, ma un’indicibile minaccia per questi capolavori che rischiano di essere letteralmente sommersi. Fortunatamente interviene l'Unesco: in cinque anni di lavoro i templi di Abu Simbel vennero numerati, catalogati, smontati pezzo per pezzo, quindi ricostruiti su un terrapieno più elevato, mantenendo persino l'originario orientamento rispetto agli astri, che permette al sole di illuminare il volto del suo figlio prediletto.
Testo e foto di Cristiano Pinotti
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