Bijagos, isole tropicali in Guinea Bissau
Quando mi proposero di andare a realizzare un reportage alle Bijagos, aderii con il consueto entusiasmo da inguaribile giramondo, astenendomi da qualsiasi legittima domanda sulla destinazione e barando spudoratamente nell’ostentare una sicurezza che sottintendeva una specifica conoscenza. Ovviamente mi precipitai appena possibile a consultare un atlante, in quanto non avevo nemmeno la più pallida idea di dove si trovassero, non avendo mai sentito pronunciare questo nome.

Scoprii così che le Bijagos, o Bissagos, sono una sessantina di piatte isole tra grandi e piccole situate 25 miglia al largo della costa occidentale dell’Africa di fronte alla Guinea Bissau, a cui politicamente appartengono, a sud del Senegal e circa a metà strada tra Tropico del Cancro ed Equatore. La Guinea Bissau, ex colonia portoghese indipendente dal 1974, è uno dei paesi più poveri del mondo, occupando il 168° posto nella graduatoria per ricchezza.
Le isole Bijagos
Le Bijagos si estendono su una superficie complessiva di 15 mila kmq, sono tutte pianeggianti e di natura vulcanica, contano circa 20 mila abitanti, in netta maggioranza animisti molto legati alle proprie tradizioni tribali. Le varie fonti differiscono sul numero esatto di isole componenti l’arcipelago, in quanto parecchie sono davvero piccole, ed anche la divisione tra quelle popolate e non appare discutibile, in quanto non poche vengono abitate solo a periodi. Le principali sono Bolama, la più vicina alla costa di fronte alla capitale Bissau, fino al 1941 capoluogo della Guinea portoghese, oggi in decadenza ma con alcuni pregevoli edifici coloniali, e Bubaque, l’unica a poter essere definita centro urbano in quanto possiede un porto, aeroporto, polizia, ospedale, scuole e alberghi; le sue spiagge sono tra le più belle e frequentate, con alle spalle foreste di acacie, palme da cocco e bombax giganti, in un contesto davvero paradisiaco.
A conoscerle sono davvero in pochi, ad esserci stato quasi nessuno, essendo ubicate fuori da ogni rotta usuale, e anche sull’atlante bisogna cercarle con la lente d’ingrandimento. Le navi che costeggiano il continente se ne tengono infatti a debita distanza per evitare le frequenti secche, i fondali di fango, le correnti infide e, soprattutto, le maree di dimensioni decisamente rilevanti. Uniche presenze straniere qualche missionario, cooperanti e pescatori francesi, qui attirati da ambite prede. Italiani nessuno, o quasi. Eppure un debole legame con il nostro paese esiste: a scoprirle, nel 1456, e ad esplorarle per primi furono il savonese Antonio da Noli e il veneziano Alvise Cadamosto, in perlustrazione lungo la costa africana per conto del re portoghese Enrico il Navigatore. Davvero uno degli angoli più sperduti e ignorati del mondo, un vero paradiso perduto da novelli Robinson Crusoe.

Usi e costumi della popolazione
Le poche migliaia di abitanti, concentrati in una ventina di isole, continua a vivere come da sempre fuori dal tempo e dal contatto con la civiltà, secondo ritmi e modalità ataviche: le donne vestono ancora con gonne di paglia, abitano in capanne di fango e frasche, sono animisti e le uniche autorità riconosciute sono il capo villaggio e lo stregone. Vige il matriarcato e il culto degli antenati, i riti di iniziazione seguono un rigido codice che regola e scandisce tutte le fasi della vita, la superstizione regna sovrana, il rispetto per gli anziani assoluto.
Quando segni palesi denotano in un villaggio la presenza di spiriti negativi, gli abitanti si allontanano abbandonando ogni cosa e spostandosi piano piano giorno dopo giorno, per ingannare gli spiriti e non essere così inseguiti, fino a raggiungere una spiaggia e dopo una certa permanenza scomparire definitivamente solo dopo essersi imbarcati un po’ alla volta ogni notte sulle loro silenziose canoe verso altri lidi. I morti non vengono seppelliti nel villaggio o nelle vicinanze, ma portati in canoa e sepolti in un’altra isola, affinché lo spirito non disturbi la comunità; toccherà poi ai parenti portare regolarmente cibo sulla sepoltura, per ingraziarsi lo spirito.
Quando una giovane raggiunge la pubertà, i ragazzi del villaggio si fanno avanti offrendole ogni loro avere, nella speranza di acquistarne il favore. La ragazza ne sceglie uno ed inizia la convivenza, ma se entro un anno non rimane incinta o si stanca di lui, oppure se un altro pretendente le fa un’offerta migliore, lo può scacciare e cominciare un’altra relazione. Se la donna rimane incinta l’uomo resta in genere con lei fino alla nascita del figlio, quindi ritorna dalla propria famiglia d’origine e può essere scelto per un nuovo legame. I bambini prendono pertanto il nome della madre, non essendo sempre agevole attribuirgli un’indiscussa paternità.

Le principali attività
Non praticano, se non marginalmente, né l’agricoltura né l’allevamento, in quanto i pesci e i molluschi del mare da una parte, gli animali e la frutta della foresta dall’altra, risolvono egregiamente ogni loro problema alimentare senza doversi impegnare più di tanto, limitandosi a costruire in proprio – come nella preistoria – i pochi oggetti essenziali all’uso quotidiano. In piccoli orti coltivano fagioli, miglio, patate dolci e pistacchi, riso durante la stagione delle piogge, da giugno ad ottobre; ricavano olio per condimento dalla palma. In compenso sono ottimi produttori di miele.
Una delle loro peculiarità artigianali è la produzione di statue e maschere in legno duro, assai ricercate dai collezionisti. Non conoscono la tessitura e il danaro è comparso di recente, basando fino ad ora le loro poche acquisizioni esterne sul baratto. Gli unici segni tangibili della civiltà sono rappresentati da qualche recipiente di plastica, più versatile e longevo di quelli di terracotta da loro prodotti, e da sdrucite magliette ricevute chissà come. La maggior parte del tempo viene pertanto dedicata al riposo, ai riti magici, alla cura dei figli, alle relazioni sociali e intime. Occorre davvero una certa dose di superficialità per definirli selvaggi e ritenere i nostri modelli di vita superiori ai loro.
Parco naturale nell'Atlantico
La presenza discreta dell’uomo, che non ha modificato in alcun modo l’ambiente spontaneo originale, ne fa un’eccezionale parco naturale ricco di lussureggiante vegetazione e di uccelli terrestri e marini, richiamati dall’abbondanza di pesce in questo tratto dell’oceano Atlantico. Tra gli animali di grossa taglia spiccano le tartarughe marine, che vi trovano un ambiente ideale per la deposizione delle uova su spiagge deserte, scimmie, coccodrilli e qualche residuo esemplare di ippopotamo, qui (unico posto al mondo) costretti a vivere nelle acque salate di mare e canali anziché in fiumi e laghi di acqua dolce come i loro fratelli africani. Evidentemente si tratta di un’antica popolazione residua, risalente all’epoca in cui l’arcipelago si separò dal continente, che per poter sopravvivere si è dovuta adattare all’acqua salata. Fa comunque una certa impressione vedere gli ippopotami nuotare in mezzo ai delfini.
Le coste, prive di porti naturali, alternano grovigli inestricabili di radici aeree di mangrovie ad immense e deserte spiagge di sabbia bianca o ocra. La benefica influenza degli Alisei tempera il normale clima equatoriale caldo umido, consentendo dalla fine dell’autunno alla primavera inoltrata una piacevole temperatura secca. Di recente il governo ha deciso di tutelare alcune isole, facendone aree protette. Sono così sorti il parco di Chacheu per proteggere le foreste di mangrovie, il parco di Orango per salvaguardare palmeti, tartarughe, ippopotami e coccodrilli, e il parco di Cantanhez a tutela di scimmie, scimpanzé e uccelli, mentre l’Unesco ha deciso di fare delle Bijagos una riserva della biosfera.



Informazioni turistiche
Ovviamente in un simile contesto primordiale, dove mancano luce elettrica, acqua e telefono, non c’è spazio per insediamenti turistici e per visitare l’arcipelago bisogna pertanto possedere una buona dose di spirito di adattamento. La soluzione migliore risiede nel fare base nell’isola di Bubaque, dove grazie alla presenza di una residenza presidenziale esistono anche un paio di alberghetti, oppure in quella di Maio, dove un imprenditore italiano ha creato un piccolo villaggio di bungalow, e da queste organizzare escursioni di uno o più giorni in barca alle diverse isole. Un ultimo possibile retaggio dei tempi eroici dell’esplorazione africana alla Livingstone. Si potrà così scoprire un vero eden naturalistico incontaminato e, soprattutto, un mondo umano incredibile per la sua unicità, che si stenta a credere possa ancora esistere. Ma occorre fare presto, prima che i cosiddetti progresso e civiltà arrivino anche qui a cambiare tutto.
Testo e foto di A. M. Arnesano e G. Badini