Bombon el perro
L’opera di Carlos Sorin non fa altro che rinvigorire la filmografia di questo cineasta di Buenos Aires. Il viaggio attraverso le pianure steppiche della Patagonia argentina, l’orgoglio perduto di un Paese in crisi economica e d’identità, la solitudine dell’antieroe sul viale del tramonto (spesso incarnato da dolenti attori non protagonisti), il ruolo della presenza-assenza canina; sono questi i principali, salienti temi che ritroviamo lungo il tragitto cinematografico del regista.
I precedenti La pelìcula del Rey (1986) e Historias mìnimas (2002) avevano aperto il varco in questo senso. E “Bombon el perro” (2004) non ne smarrisce la ratio. Il film è disponibile in Dvd in varie versioni. Quella italiana predispone audio italiano e spagnolo, con sottotitoli, surrogata dagli immancabili contenuti speciali, trailers, dietro le quinte, interviste.
La trama del film
Juan “Coco” Villegas è un uomo di 52 anni che vive nelle lande desolate della Patagonia. La sua vita è in declino. Licenziato da poco, dopo aver lavorato per più di vent’anni come meccanico ad una stazione di servizio, vive di espedienti, lavori di poco conto, avvicinandosi dimessamente ad una senescenza inesorabile. Il protagonista tenta addirittura il “business” della vendita dei coltelli, costruendo artigianalmente i manici con del legno pregiato. Tuttavia anche questa attività produce sterili guadagni. Nonostante ciò il destino sembra non averlo dimenticato.
L’esistenza di Juan prende una possente sterzata quando l’auto di Claudina si trova in panne. Grazie alla bontà del protagonista, si premura di riaccompagnarla a casa e di aggiustare il danno alla vettura, Claudina e la madre regalano a Villegas un cane, Le Chien, un dogo argentino di raffinato lignaggio chiamato anche Bombon, per l’inusuale docilità, peculiarità difficile da riscontrare in una razza creata ad hoc dall’uomo per cacciare i cinghiali delle Pampas. Tra Bombon e Juan regna sovrana una diffidenza reciproca agli inizi. Ma l’affetto si instaurerà.
Tramite la pregiata bellezza del cane si prospettano quindi nuove frontiere, nuove possibilità, nuove amicizie. Juan Villegas conosce così l’addestratore di cani Walter Donado, personaggio godereccio e loquace, che lo introduce nel mondo delle esposizioni canine, dove vinceranno assieme il terzo premio al concorso di Bahia Blanca. Grazie a Bombon Juan si risveglia dal torpore e sembra riuscire ad acquisire nuovamente una funzione e un riscatto sociale.
Considerazioni
Che dire di questo film? Bombon el perro è una storia semplice e affabile, caratterizzata da un candore che risplende nell’esegesi del protagonista, l’attore non professionista Juan Villegas. E’ basilare concentrare l’attenzione sul nostro “eroe”, poiché è la stessa operazione che il regista Carlos Sorin fa per tutto il film. Anche da un punto di vista formale (spesso lo pedina con la telecamera a mano). Si ha perciò l’impressione che il personaggio principale sia davvero idoneo, adeguato e brillante, nell’interpretare il ruolo. Non potremmo immaginarcelo in un altro film, in un’altra recitazione.
Oltretutto si ha la sensazione che i confini tra la finzione cinematografica e la realtà vengano ad assottigliarsi. Juan Villegas, che poi è il suo vero nome, sembra mettere in scena la propria vita, pacata, sobria, uniforme. Bombon è il suo fedele scudiero. Un Sancho Panza che conversa decisamente meno. Anzi il cane fa’ proprio da pendant con il protagonista. Difficile trovare un dogo così mansueto. Anche Bombon, perciò, è alla ricerca di sé stesso, di una possente sterzata alla propria vita canina.
Una considerazione finale sulla regia. Nonostante Sorin abbia tenuto una partecipazione attiva nel filmare le vicissitudini dei due protagonisti, la sua regia risulta incisiva, credo sia riscontrabile, inoltre, una tendenza discordante. Nel dipanare la storia Sorin sembra custodire una certa distanza, una frugale lucidità, per certi versi una freddezza alla Kaurismaki. Soprattutto nei tempi. E in fondo, come potrebbe essere altrimenti? Siamo in linea con la storia, dove tutto il mondo è paese, e dove la Patagonia non è la Finlandia, ma il freddo non manca.
Recensione di Luca Corini - FilmKamera