Libri: recensioni e proposte di lettura di narrativa e saggi
Luce Boulnois: La Via della Seta
Molto gradevole, questo saggio della storica francese Luce Boulnois sulla Via della Seta (Bompiani, 554 p., € 13). In esso la studiosa si occupa di definire cosa sia ma soprattutto cosa sia stata la via della seta, preoccupandosi sempre di contestualizzarla nel proprio ambiente storico e geografico, grazie all’inserimento anche di mappe storiche.
Pur
mantenendo un piglio scientifico-storiografico però, quest’opera,
come già anticipa e svela il sottotitolo programmatico (dèi,
guerrieri, mercanti), il taglio dato alla prosa è prettamente
narrativo: trovano spazio infatti anche leggende e storie che danno
una dimensione più ampia e più umana a quello che la via
della seta ha significato per chi l’ha aperta, battuta e vissuta,
in qualsiasi modo.
Attraverso il punto di vista privilegiato del lungo tragitto, al lettore vengono svelati un mondo ed una civiltà con cui ha scarsa familiarità e che difficilmente può conoscere in certe sue sfumature: l’abilità dell’autrice infatti sta anche nel riuscire a coniugare macro e microstoria, sia quindi i rapporti diplomatici o ostili fra i diversi popoli, regni e regnanti, che le stratificazioni e composizioni sociali dell’epoca, anzi, delle diverse epoche attraversate da questo percorso che solcava l’impero in quasi tutta la sua estensione.
In certi casi sono stati proprio i contatti stabiliti dai viaggiatori di questa via che hanno portato ad una conoscenza di territori e zone prima solo partner commerciali e politici, poi conquiste ed infine domini. L’amore per la Cina da queste pagine risalta e risuona chiaramente, vi è impresso e le informa.
La lettura di un’opera completa, scrupolosa ed attenta ma fluida e leggibilissima come questa è certamente un ottimo approccio per conoscere meglio un paese ed una realtà cambiata profondamente ed in poco tempo, ma che rimane comunque l’unico impero del passato ad aver conservato tutto il suo territorio e ad aver anzi guadagnato importanza strategica a livello mondiale.
Recensione di Maurizio Marenghi
Antonio Moresco: Scritti di viaggio, di combattimento e di sogno
Letteratura e viaggi. Non “letteratura di viaggio”: letteratura e viaggi, data anche l'avversione professata in uno degli scritti (Fanucci, 215 p., € 15) per la letteratura di genere, o meglio della dittatura economica della letteratura di genere gestita da editori interessati non più alla cultura, ma semplicemente ad ottenere il massimo profitto da storie addomesticate. E il problema non sta nelle possibilità della letteratura di genere di parlarci di ciò che noi siamo, quanto nel predominio di una letteratura ridotta a cibo liofilizzato ed innocuo.
Non
paia questa digressione allontanarci dal tema del viaggio. Perché
sia che Moresco ci faccia un reportage
da un convento di clausura nelle Marche piuttosto che dalla Mosca sconvolta
dall'assedio al teatro Dubrovka occupato dai nazionalisti ceceni, piuttosto
che dall'Argentina prima piegata dai regimi militari e poi spezzata
dal crack economico, piuttosto che dalla Sicilia o dalla Spagna, il
suo sguardo non è mai semplicemente fisso sulle attrazioni turistiche
o sulle particolarità geografiche.
L'occhio di Moresco è in continua dialettica tra l'osservazione di ciò che lo circonda (soprattutto dal punto di vista umano) e la riflessione sulla letteratura in rapporto alla società. Ad esempio in Argentina la visione della povertà e della criminalità generate dal disastro economico vengono messe a confronto con una letteratura nazionale ed anzi continentale – il realismo magico – che è ridotta a perpetuare se stessa senz'altri sbocchi.
E l'analisi letteraria va di pari passo con quella politica, partendo dalla sottolineatura delle miserie nazionali per arrivare ad una appassionata arringa sulla volontà di potenza statunitense come sintomo di un venturo sconvolgimento epocale. E tuttavia la riflessione letteraria e politica non fanno venire mai meno la lucidità e l'abilità della narrazione dei luoghi. Anzi: la esaltano.
La descrizione dell'hotel moscovita con panciuti ed attempati boss mafiosi circondati da ragazze da urlo o l'immagine della Terra del Fuoco come inferno brulicante contemporaneamente di vita e di morte sono lucidi esempi di letteratura di viaggio. Che rifiuta però di rimanere confinata in un genere facendosi riflessione letteraria, sociale, politica. Facendosi insomma letteratura tout-court.
Recensione di Francesco Mazzetta
Jean-Michel Thibaux: Il Tesoro dell'Abate Sauniere
Alla base del famosissimo Codice da Vinci di Dan Brown sta tutta la mitologia legata al paesino francese di Rennes-le-Chateau e all'abate Berenger Saunière che ne fu parroco dal 1885 al 1917. In tale periodo l’abate intraprese non solo costosi lavori di restauro della chiesa, ma pure fece costruire per sé edifici principeschi con soldi che la Chiesa accusò di aver recuperato dalla “vendita” illegale di messe, e che la mitologia esoterica successiva fa invece derivare dalla scoperta del tesoro del sacco di Roma da parte dei Visigoti, che poi avrebbero nascosto nelle grotte dell'Aude, regione del sud della Francia, ai confini con la Spagna.
La
capitale del loro insediamento fu Rhédae, che nel periodo di
massimo splendore, nel 1062 all'epoca dell'invasione dei Franchi, contava
forse 30.000 abitanti. La zona fu però in seguito travagliata
da conflitti, pestilenze, carestie che ne decimarono la popolazione
e dal 1362 la contea venne ribattezzata Razès e Rhédae
– rasa al suolo – e Rhennes-le-Chateau, perdendo qualsiasi
velleità di centralità politico-geografica.
Più di 500 anni dopo ecco svolgersi la vicenda dello strano parroco di un borgo montano di nessuna importanza e dei misteri legati al denaro che egli riesce a ottenere per la Chiesa e per se stesso.
Thibaux, nel suo romanzo "Il Tesoro dell'Abate Sauniere" (Sonzogno, 430 p., € 18), pur non tralasciando l'ipotesi mitologica del tesoro e degli ordini esoterici in lotta per il suo possesso, prima di tutto ci vuole dare un ritratto il più possibile fedele e storicamente documentato dell'uomo e del mondo in cui visse. Un prete di montagna, a contatto con gente dura e superstiziosa, legata alla Repubblica e diffidente della Chiesa.
Un uomo profondamente religioso ma contemporaneamente subissato da brame corporali e dal desiderio di elevare le proprie miserrime condizioni. Un uomo che di fronte al tesoro dei visigoti (Thibaux da per buona l'ipotesi mitologica) rifiuta di farvi beneficiare esclusivamente i potenti che se lo contendono per dimostrare la propria supremazia in un Europa sempre più lanciata verso il baratro inesorabile delle guerre mondiali, ma ne trattiene parte non solo per sé, ma anche per la propria comunità e per ricompensare la giovane Marie Denarnaud per avergli fatto da serva e da amante.
Un uomo in grado di conquistare il rispetto dei propri grezzi parrocchiani dimostrandosi fisicamente in grado di subissarli, ma contemporaneamente ansioso di gustare i lussi e la vita mondana di Parigi. Sempre in bilico tra mito e realtà storica, Thibaux ha il merito di indagare la vita di Saunière, i luoghi ed il tempo in cui visse ben al di là dei limiti del romanzo.
E chi davvero fosse interessato sia al mito che alla storia può consultare il sito ufficiale dedicato ai misteri di Rennes-le-Chateau (www.renneslechateau.com) - e un sito italiano con documenti e con interi saggi esplicativi sia a favore che critici contro l'ipotesi del tesoro (www.renneslechateau.it). In particolare quest'ultimo contiene un'utile sezione dedicata a “I viaggi nell'Aude” dove possiamo scoprire come arrivare nella regione e quali interessanti vestigia storiche visitare.
Recensione di Francesco Mazzetta
James Lee Burke: Ultima corsa per Elysian Fields
Cosa farà Dave Robicheaux nella New Orleans di oggi, messa in ginocchio dalla natura e dalla stupidità degli uomini (per dirla con Michael Moore: dov'erano gli elicotteri della guardia nazionale quando ce n'era bisogno per portare in salvo vite umane nella Louisiana allagata?).
Per
il momento non lo sappiamo: Ultima corsa
per Elysian Fields (Meridiano Zero, 377 p., € 15,50) è
stato scritto prima del disastro ambientale ma non di meno un diverso
tipo di disastro incombe su Dave. La casa bruciata, la moglie morte,
la figlia lontana, il negozio di esche sul bayou ceduto a Batist, il
vecchio nero che l'aiutava a condurlo.
Anche la compagna della polizia di New Iberia, Helen Soileau si è in qualche modo allontanata da lui quando il suo nuovo incarico di capo della polizia le impone un approccio meno diretto ai problemi, quale è quello invece preferito da Dave. Approccio spesso deleterio, perché i problemi che si trova ad affrontare non sono semplici delinquenti dal grilletto facile, ma piuttosto nodi contorti di ingiustizie che ramificano nel passato schiavista per sbocciare in un presente ancora più cieco e disumano.
E' ficcandosi a testa bassa nei problemi che Dave scopre che lo spaccio illegale di alcolici ai minorenni (con il corollario di un'auto schiantata contro un albero in cui bruciano vive tre ragazze) ha molto a che vedere con l'assassinio avvenuto molti anni prima di un prigioniero nero del carcere di Angola – un prigioniero che pensava che la propria musica potesse in qualche modo renderlo diverso e libero -, e che queste due cose insieme hanno molto a che fare con i residui della lavorazione del petrolio scaricati sulla terra della popolazione di colore trasformando quest'ultima in un ricettacolo di veleni che fa ammalare e morire persone e cose.
Dave anche stavolta fa molti errori, ed attacca anche le persone sbagliate. Ma chi è davvero innocente tra i grandi proprietari terrieri di un tempo – ovviamente bianchi – e i magnati del petrolio di oggi, che sfruttano le nuove guerre per diventare ancora più ricchi? Dave riuscirà anche stavolta a risolvere almeno in parte un caso ingarbugliato quanto la rete dei bayou, ma il prezzo pagato sarà stavolta ancora più alto del solito.
Per consolarsi Dave pensa al : «[...] Paese in cui ero cresciuto e per cui avevo combattuto come soldato e come agente di polizia. Era il miglior Paese del mondo, il più nobile, il più equo, il più democratico esperimento della storia dell'uomo. Era un luogo grandioso e fantastico in cui vivere, per cui valeva la pena di combattere, come avrebbe detto Ernest Hemingway. Thomas Jefferson lo sapeva, e lo sapevano anche Woody Guthrie, Dorothy Day, Joe Hill, Molly Brown e i sindacati. [...]
E al diavolo tutti i politici e i capitani d'industria che ingigantivano i tiranni del Terzo Mondo in modo da inculcare la paura nei loro elettori in America. L'America era sempre l'America, il Paese che tutto il mondo tentava di emulare, in cui il rock e le poesie beat di Jack Kerouac sarebbero sopravvissuti a tutti gli interessi veniali che la minacciavano».
Recensione di Francesco Mazzetta
Mario Gerosa e Aurélien Pfeffer: Mondi virtuali
"Dove sei stato in vacanza? Nel Monastero di Shing Jea, nell'Impero di Cantha e nella Valle di Alterac
ad Azeroth. Ti sei divertito?
Certo! Figurati che il nostro accompagnatore ci ha permesso di assistere
ad un violentissimo scontro tra due delle Gilde più potenti.
Avresti dovuto vederlo! Globi di energia che spazzavano il campo, nugoli
di frecce che oscuravano il cielo, negromanti che resuscitavano i cadaveri
dei nemici lanciandoli contro coloro che una volta avevano come alleati!
E poi siamo anche stati portati a vedere le miniere degli orchi nella
Valle di Alterac, con tutto il bestiario incantato che riescono a produrre.
Ci hanno anche fatto provare a portare un drago in volo sulla valle!"
Quello
che precede è un possibile dialogo tra due persone, la seconda
delle quali ha sperimentato un nuovo tipo di vacanza: quella nei mondi
virtuali. I mondi virtuali sono i MMOG (massive multiplayer online game)
ed in particolare i MMORPG (quelli che si basano sul gioco di ruolo:
role playing).
Ce ne parlano Mario Gerosa e Aurélien Pfeffer in Mondi virtuali (Castelvecchi, 350 p., € 24). In questo libro, accompagnato da illustrazioni “montate” seguendo il “mood” dell'esposizione esattamente come la colonna sonora segue la trama in un film, Gerosa e Pfeffer ci parlano dei MMOG insistendo sul fatto che non siamo più di fronte a “semplici” giochi ma appunto a veri mondi virtuali in cui milioni di persone vivono, hanno dei rapporti sociali, sviluppano un'economia virtuale che non ha nulla da invidiare a quella reale (e che a volte ad essa s'aggancia), sollevano delicati problemi politici ed etici. Tutto ciò con una grafica che se non è “realistica” come quella del mondo vero, può in compenso disporre di tutti i possibili ritrovati architettonici ed ambientali che la fantasia può immaginare.
Proprio uno dei due autori, Marco Gerosa, socio del GIST (Gruppo Italiano
Stampa Turistica: www.gist.it), sta cercando di costituire un'agenzia
viaggi per mondi virtuali quali Guild Wars e World of Warcraft (i due giochi citati nel dialogo immaginario all'inizio). Questi viaggi
porterebbero i turisti virtuali non solo in affascinanti terre di fantasia,
ma permetterebbe loro anche di conoscerne i protagonisti, come David
Storey, l'australiano che in Project Entropia (un MMORPG fantascientifico)
ha acquistato un'intera isola per 26.500 dollari veri facendone un ritrovo
VIP all'interno del gioco o Andrew Tepper il creatore e faraone supremo
di A Tale In The Desert, mondo virtuale ambientato nell'antico
Egitto.
Una vera e propria alternativa al mercato ormai apparentemente saturo
del turismo, con la possibilità di lanciare una nuova, promettente
professione.
Recensione di Francesco Mazzetta
Michel Houellebecq: la possibilità di un'isola
Dopo una grande attesa e varie anticipazioni e annunci, nel mese di settembre 2005 è uscito l’ultimo romanzo di Michel Houellebecq (La possibilità di un isola Bompiani, 398 p., € 18) autore che è divenuto noto alla grande platea dopo la pubblicazione (1999) del romanzo Le particelle elementari.
La
possibilità di un isola è la consacrazione di Houellebecq
anche come autore di best-seller: è stato reso noto che la nuova
casa editrice (la francese Fayard) lo ha gratificato con 1.000.000 di
euro per questo romanzo e sembra che ciò gli abbia dato un certo
sollievo se non sprazzi di autentica felicità. Anche il protagonista
dell’ultimo lavoro, Daniel 1, è un neovip e in questo,
in modo liricamente autobiografico, H. nel romanzo sembra proprio raccontare
di sé e di come ci si sente ad essere un autore pubblicamente
affermato.
Il romanzo ha una struttura complessa: ci sono molti narratori, tutti in prima persona, che sono ognuno la successiva apparizione dello stesso personaggio (Daniel 1) però stavolta clonato, Daniel 23, Daniel 24, Daniel 25. Il romanzo ha perciò un taglio fantascientifico e si capirà leggendo Daniel 1 (il narratore principale) il perché dell’esistenza dei vari cloni (tante occorrenze n-successive di un unico tipo ideale e originale).
Il romanzo è per lo più ambientato in Spagna, tra Madrid ed Almeyra, luoghi in cui l’autore reale ha soggiornato in questi ultimi anni. L’isola di cui si parla è isola metaforica, isola dell’amore, come recita il verso di una sua poesia: “l’amore, in cui tutto è facile, in cui tutto è dato nell’attimo; esiste in mezzo al tempo la possibilità di un isola”.
E’ da questi versi che sgorga l’intero nucleo tematico della prosa narrativa di H., da questa suggestione poetica. Perchè H. sembra essere un poeta estenuato, costretto ad esplodere e ad esplicare folgoranti intuizioni poetiche nella prosa del narrativo, quasi per necessità, perché non se ne può fare a meno, perché il mondo è lotta, e questa è una verità biologica indiscutibile. E’ tale verità biologica che fa da sottofondo all’intero romanzo che sembra fantascienza ma è invece quasi-scienza e ci catapulta nel futuro presente delle nuove possibilità della ricerca scientifica. La clonazione e ciò che ne consegue. Chi di noi merita la vita eterna?
Recensione di Marco Meneghelli
Joel Levy: Doomsday
Doomsday: il giorno del giudizio, l'apocalisse. Il libro che porta questo titolo, scritto da Joel Levy (Castelvecchi, 220 p., € 16) è un elenco ragionato delle possibili cause della distruzione della civiltà così come la conosciamo e dell'estinzione della razza umana. Per quanto a volte Levy si lasci trascinare da ipotesi abbastanza esoteriche – la caduta dell'impero romano causata da qualche variazione del clima – il suo libro è impressionante ed assolutamente istruttivo.
Questo
perché – se non ci è particolarmente utile conoscere
le probabilità di distruzione della razza umana come conseguenza
di fatti che non possiamo scongiurare, come la caduta di un gigantesco
meteorite, un'improvvisa ed eccezionale eruzione vulcanica, ecc.; e
se è confortante scoprire le basse probabilità di finire
in schiavitù di macchine intelligenti come accade in Matrix –
Levy ci mostra tutta una serie di comportamenti tipicamente umani che
già oggi incidono sulla qualità della vita e da ultimo
possono addirittura portare all'auto-annientamento dell'umanità.
Si tratta ovviamente delle conseguenze dell'inquinamento e della gestione
del pianeta su cui noi tutti viviamo come se fosse un terreno in comune
a diversi allevatori che ognuno cerca di sfruttare il più possibile
a danno degli altri fino all'inevitabile crollo della disponibilità
delle risorse – e la conseguente miseria – per tutti.
Per Levy le possibili contromisure sono: il risparmio di energia e il riciclo, il minor utilizzo possibile dei mezzi di trasporto che si servano di combustibili fossili, evitare il consumo di carne e comunque preferire prodotti certificati, utilizzare prodotti e servizi locali evitando le vacanze all'estero, comprare prodotti e servizi del mercato equo e solidale, votare forze politiche che si esprimano in favore dei trattati internazionali per la riduzione delle emissioni inquinanti, rispettare ed educare al rispetto dell'ambiente.
Per quanto tali consigli – e i dati a supporto – siano sempre estremamente interessanti e spesso sconvolgenti, ci si permette qui unicamente di far notare che la strada per la preservazione dell'ambiente illustrata da Levy va in direzione di un postmoderno medioevo in cui l'ambiente sia preservato grazie al ritorno dell'umanità non solo ad un'economia pre-industriale e pre-capitalistica, ma anche ad un'analoga cultura. In realtà se il turismo e i viaggi non sono unicamente un divertissement da villaggio turistico ma servono davvero a conoscere culture diverse, essi possono essere maggiormente utili rispetto al danno che provocano in termini di emissioni nocive, proprio perché la altrui conoscenza è la imprescindibile premessa dell'altrui rispetto. E solo rispettandoci a vicenda a livello globale possiamo pensare a misure comuni (perché tali misure o sono comuni o non sono di nessuna utilità) per salvare il nostro pianeta.
Recensione di Francesco Mazzetta
Maxence Fermine: Tango Masai, l'ultimo sultano
Piacevole e scorevolissima, la lettura di questo nuovo lavoro di Fermine: Tango Masai l'ultimo sultano (Bompiani, 164 p., € 14). Il protagonista che dà anche il titolo al libro è un uomo bianco allevato e cresciuto come un masai (e da questo nuovo popolo di adozione sarà infatti rinominato “Masai”).
Da
subito i toni del racconto della sua vita assumono le sfumature della
leggenda: dalla nascita su una nave al largo delle coste africane -
già apolide in fasce - ad una infanzia in perenne movimento al
seguito dei sogni e delle illusioni del padre geologo che infine tenterà
la fortuna con una miniera di tanzanite, alla formazione ed adolescenza
presso i masai, alla dura ma significativa esperienza nell’esercito
britannico fino alla maturità di ribelle con una causa, la liberazione
degli oppressi e l’instaurazione della democrazia dove non era
mai stata conosciuta.
Non è un uomo di potere, Tango Masai, ma un combattente ribelle,
un uomo libero e fieramente indipendente: così viene presentato
all’inizio, e solo in seguito ci viene svelato il suo passato
avventuroso.
Il sogno profetico del padre adottivo e futuro suocero, un laibon (stregone
masai), lo destina ad un futuro glorioso; la sua natura straordinaria
gli permetterà di usare la conoscenza del suo futuro per piegare
gli avvenimenti affinché la profezia si avveri.
La ricostruzione precisa dell’ambiente e dell’atmosfera
africana, la cura nel tratteggio dei personaggi, credibili e realistici
anche se epici e grandiosi, rendono questo romanzo una vera e propria
leggenda dei nostri tempi. Tutto è più grande della vita
degli uomini che la stanno vivendo, ogni gesto e ogni parola sono un
segno ed un esempio lasciato per l’umanità, per la Storia.
Fermine non cade mai nel ridicolo o nel favolistico, si tiene lontano
dall’enfasi e dall’affettazione e ci regala un afflato di
eternità, un soffio di leggenda, umana ed universale.
Recensione di Maurizio Marenghi
Guy Delisle: Pyongyang
Guy Delisle è un fumettista canadese che lavora da più di dieci anni nel campo dell'animazione oltre ad essere autore di diversi volumi a fumetti e della serie dell'ispettore Moroni, tutti editi in Francia. Per la sua attività all'interno dell'industria dell'animazione si è recato in Corea del Nord, paese che con il basso costo della mano d'opera è riuscita ad aggiudicarsi la realizzazione delle “intercalazioni”, ovvero dei fotogrammi routinari di riempimento per completare le sequenze di cui i disegnatori francesi si limitano a disegnare le “immagini chiave”, anche a scapito di altre tigri asiatiche – ad esempio la Cina – che già avevano soffiato questo tipo di lavoro agli studi europei ed americani.
Delisle
ha passato due mesi a Pyongyang a coordinare il lavoro degli animatori
coreani ed ha trasformato il resoconto di tale periodo in Pyongyang (Fusi orari, 176 p., € 16), uno
stupendo reportage a fumetti. Dimostrando, se ancora ce ne fosse bisogno,
che il fumetto è una tecnica espressiva che nulla ha da invidiare
alla tradizionale narrazione scritta ma neppure al documentario filmato.
Con un tratto essenziale senza per questo essere minimalista, Delisle
riesce perfettamente a raffigurare le contraddizioni di un paese chiuso
in un isolazionismo autarchico degno del Grande Fratello con il culto
incondizionato del suo leader, Kim Il-Sung, trasferito per diritto ereditario
sul figlio Kim Jong-Il.
In una capitale deserta e priva di smog e di elettricità Delisle narra come gli stranieri siano confinati in palazzi a loro riservati con tanto di onnipresenti guide e traduttori al seguito che per distrarli nei momenti di relax li portano ad ammirare le statue del leader o a visitare i musei ricolmi degli oggetti usati dai loro leader e da pagine di giornali stranieri ricolme di lodi e riconoscimenti nei loro confronti (comprate a tariffa pubblicitaria).
Ma Delisle ha la presenza di spirito di cercare di andare oltre l'oleografia di regime e di mostrare come in realtà quello della Corea del Nord sia un popolo affamato dalla povertà che neppure gli aiuti internazionali riescono a scalfire, plagiato dall'onnipresente martellio della propaganda e terrorizzato dall'ubiquo sistema della delazione. In questo grigio e opprimente contesto Delisle si difende con piccoli gesti di ribellione (usare una radio proibita, sfuggire al controllo della guida, tentare di far ascoltare ai colleghi coreani gli Aphex Twin al posto delle marcette di regime, ecc.). Per certi versi del tutto inutili, ma contemporaneamente indispensabili ad arricchire almeno dal punto di vista psicologico la permanenza nella controversa città.
Recensione di Francesco Mazzetta
Pepe Barbieri (a cura di): InfraSpazi
“Sono infraspazi i luoghi che si formano nelle reti delle infrastrutture della mobilità. Sono spazi infra.” Così scrive il curatore del volume (Infraspazi, Meltemi editore, 25 euro), Pepe Barbieri, nell’introduzione.
Infraspazio rimanda quindi a infrastruttura, ma come scrive Barbieri, l’infraspazio non coincide con essa: piuttosto è il luogo che si forma a partire dalle reti infrastrutturali. Un luogo di confine che sta in tra (infra) due spazi definiti come ad esempio il porto e la città, che li collega, li rende comunicanti, istituisce una sorta di continuità nella discontinuità. Uno spazio limitare e di confine che collega e separa insieme. Questo è in sintesi il concetto di infraspazio.
Il
testo è una interessante raccolta di contributi, per lo più
di architetti, che sviluppano il tema di cui sopra e che dà il
titolo al libro. Esso si suddivide in quattro sezioni: la prima su “Infrastrutture
e paesaggio mediterraneo”. La seconda “Tra porto e città”.
La terza “Sezioni complesse” (che parla soprattutto di svincoli).
La quarta sullo “Spazio dei viadotti”.
Come risulta fin dalla divisione più macro del testo, questi infraspazi sono contestualizzati all’interno del paesaggio e della geografia italiani, che è spazio territoriale che contiene la tipicità di essere mediterraneo: lo stivale italiano ha insomma la caratteristica di essere circondato per i tre quarti dal mar Mediterraneo, di confinare con il mare, da qui l’analisi di molti infraspazi che con il mare hanno a che fare.
Anche le città non mancano di essere protagoniste di molti degli interventi di questa raccolta, da Milano a Pescara. E non solo di città italiane si parla ma anche di quelle estere come la spagnola Palma, o di città immaginarie e teoriche come quelle narrate da Calvino nelle “Città Invisibili”.
Il testo è abbastanza tecnico e si rivolge soprattutto agli addetti ai lavori, architetti in primis. Ma ha un respiro teorico e si riferisce a un background culturale filosofico e letterario che rende il testo leggibile e interessante anche per tutti coloro che abbiano interessi per il tema generalissimo dello spazio, per tutti coloro che sono interessati a imparare e ad arricchire le proprie conoscenze sulla grammatica del topos. Perché anche lo spazio ha le sue regole di organizzazione complessa e non è semplicemente il contenitore indifferente di ciò di cui facciamo esperienza.
Recensione di Marco Meneghelli