Buena Vista Social Club
Ennesima riflessione del regista tedesco Wim Wenders sulla funzione del cinema e del documentario, attraverso il diario filmato di un viaggio alla ricerca delle radici musicali e culturali del popolo cubano. Autori e musicisti dimenticati, tornati alla ribalta grazie al lavoro del musicista e compositore Ry Cooder e all'organizzatore, amico di Fidel Castro, Juan de Marcos, rivivono esperienze grandiose alla fine degli anni novanta, quando lo stesso Cooder li riunisce, come ai tempi delle esibizioni al Buena Vista Social Club, e incide un disco con loro, dal successo planetario.
Due anni più tardi, nel 1998, il musicista torna a L'Avana con il figlio percussionista Joachim e con Wim Wenders per filmare e rivivere questa esperienza. Nello stesso anno verranno organizzati gli ultimi concerti: al Curry Theatre di Amsterdam, in aprile, e l'apoteosi finale al famoso Carnegie Hall di New York, il primo luglio.
Trama del film e recensione
Non è semplice definire o stabilire una trama. Il film in sostanza è un viaggio che ripercorre le scoperte musicali che Ry Cooder fece un paio d'anni prima, quando sotto l'egida di Nick Gold della World Circuit di Londra si prefissò lo scopo di dare vita ad un album di musica cubana e, inizialmente, africana.
Il ritorno a Cuba, nel 1998, ha comunque un significato ben preciso: incidere un disco da solista con il cantante Ibrahim Ferrer. A poco a poco, tuttavia, vengono radunati ancora una volta molti musicisti cubani (quelli del Buena Vista o comunque quelli sopravvissuti) per incidere nuovamente i pezzi, per prepararli ai concerti, e per dare modo a Wenders di documentare questi avvenimenti, creando una sorta di diario filmato sulla musica cubana e nondimeno sulla cultura e la storia di questo Paese.
Uno alla volta i musicisti si presentano davanti alla camera del regista tedesco: ricordano gli anni del club, raccontano storie personali, definiscono i rapporti con la musica, sino a rapportarsi con temi quali la morte (alcuni di loro sono ultra novantenni).
Wenders si accosta a tutti i musicisti presenti, dalla cantante Omara Portuondo al suonatore di “très” Eliades Ochoa, dal contrabbassista Orlando “Cachaito” Lopez al percussionista Amadito Valdes, dal trombettista Manuel Vazquez al suonatore di “laud” cubano “Barbarito” Torres. In particolar modo, però, il regista si sofferma su tre mostri sacri della musica cubana: Compay Segundo (chitarrista), Ibrahim Ferrer (cantante) e Rubén Gonzales (pianista).
Nondimeno la fluida macchina da presa wendersiana va alla scoperta della capitale cubana, stanandone le viuzze e le case diroccate, cogliendone attimi di vita della quotidianità. Interessante, a proposito, la “visita” ad una fabbrica di sigari e ad una scuola di ginnastica artistica.
Queste immagini vengono sapientemente alternate a “flashforward” riguardanti le performance in studio, accostate, con leggere dissolvenze, al concerto di Amsterdam, quest'ultimo girato con un curioso bianco e nero. Il finale del film coincide con il fatidico concerto al Carnegie Hall di New York. Anche qui vengono raccolti attimi di vita dei musicisti, “alle prese” con la Grande Mela.
“A Cuba la musica scorre come un fiume”. Sono le parole di Ry Cooder a cui Wim Wenders sembra essersi ispirato. La sua macchina da presa si fa minuta, fluida, impercettibile, scorrevole, trasportata dalla cultura e dalle musiche di un popolo. In questo caso l'abilità maggiore del regista sembra proprio coincidere con la capacità di “farsi da parte”, di rendersi invisibile, e di lasciar scorrere le immagini davanti a questo fiume.
E' interessante notare, infine, la forza che possiede il documentario come genere cinematografico. Anche in questo caso risulta fondamentale la ricerca della realtà. Tuttavia la manipolazione umana è ineluttabile, e così la finzione. Nel film ci sembra di rivivere le esperienze e le sorprese che lo stesso Cooder provò la prima volta nel 1996.
Luca Corini - FilmKamera