Cappadocia e Anatolia orientale

La Turchia è Europa da sempre. Questa terra che, con speranza, si protende nel Mediterraneo, così diversa dalle nostre abitudini e dalla nostra civiltà, è parte integrante della nostra cultura. Andando a ritroso, la storia più vicina parla di una ferma volontà ad entrare nell’Unione Europea. Quella del Novecento vede la definitiva scomparsa dell’Impero Ottomano e la triste “invasione” dei lavoratori turchi in Germania, alla ricerca di una possibilità per una vita migliore (quanti parallelismi con i nostri emigranti che si riversarono al di là dell’oceano e nel nord Europa).

Cappadocia, in mongolfiera

C’è poi la storia gloriosa, e sanguinaria, di un regno islamico potente e temuto in tutta Europa. C’è il continuo intreccio con l’impero di Bisanzio. E più indietro ecco le colonie greche dell’Asia Minore, per giungere sino al mito, o forse, alla realtà. Già, perché la Turchia è il palcoscenico in cui si svolge la più epica battaglia di tutti i tempi: la guerra di Troia. Nei pressi dello stretto dei Dardanelli, dove l’Egeo si separa dal Mar di Marmara, e quindi dal Mar Nero, al confluire del Simoenta e dello Scamandro, sorgeva Troia, la superba città vinta dai greci con l’inganno.

Sulla guerra, sul suo effettivo svolgimento, sulle sue cause, sono stati versati fiumi di inchiostro. Fatto sta, che sia nel caso ci si trovi di fronte a un conflitto totalmente dettato da motivazioni economiche, come autorevolmente sostiene l’archeologo Korfmann, oppure ci si lasci intenerire dal meraviglioso racconto di Omero, si deve ammettere che la vicenda di Troia è qualcosa che ci accomuna, che è entrata a far parte della nostra storia e di quella del popolo turco. Una popolazione che, al di là delle evidenti differenze, non è poi così lontana. Una terra che merita di essere conosciuta e apprezzata anche, e soprattutto, per le aree che più si staccano dal nostro modo di vivere e di sentire.

Cappadocia e Anatolia

Il nostro approccio con la Turchia comincia con due regioni centrali, misteriose e affascinanti, che raccontano una Turchia cristiana, una terra dove gli elementi della natura hanno giocato nello scolpire forme strane e bizzarre, dove la mano del tempo incontra, a più riprese, quella dell’uomo, nelle sue credenze, nella sua volontà di fuggire il mondo o di volerlo dominare. Entriamo in Cappadocia e nell’Anatolia.

In ogni caso, per chi avesse nostalgia della Turchia più classica, quella delle Porte Scee, affacciate sulla costa del Mediterraneo e sull’arcipelago del Dodecaneso, suggeriamo un’intensa lettura di viaggio: “Omero, Iliade” di Alessandro Baricco, che riscrive, con una prosa vicinissima ai nostri tempi, la vicenda che, da millenni, affascina l’umanità.

Dervisci rotanti a Konya

Konya

Il nostro viaggio inizia in Anatolia Occidentale. A Konya, adagiata su un brullo altopiano della steppa, città moderna e antica, dove il parco dei divertimenti si contrappone alla scuola teologica selgiuchide di Karatay; dove i giardini che cingono la villa del sultano Kiliç Arslan introducono alle maestose strutture della grande Moschea di Alaedin, completamente immersa nel verde; dove, soprattutto, è forte un profondo sentimento religioso che esplode nel Mevlana museum. Konya, infatti, è la città di Mevlana (Celaleddin Rumi) fondatore dell’ordine dei Dervisci danzanti.

Il museo è un vero capolavoro. Da non perdere la Fontana delle abluzioni, la Sala delle Cerimonie, la Tomba di Mevlana e le stanze che illustrano la vita derviscia. La filosofia di Mevlana, uno dei più importanti mistici islamici, si fonda sull’amore universale da trovare, in maniera estatica, attraverso una danza liberatoria che elimina l’uomo dalle difficoltà e dal dolore della vita di tutti i giorni. Il movimento rotatorio di questa danza, cuore del rituale Sema, ha portato a definire i Dervisci come “danzanti” o “rotanti”.

La Cappadocia

Il tufo, i vulcani, l’erosione. Sono questi gli elementi primari che costituiscono la Cappadocia. Se poi, come è avvenuto, si aggiunge l’azione dell’uomo, ecco un capolavoro. Le sue improbabili formazioni tufacee sono il frutto della fantasia della natura, della sua pazienza nel lavorare, plasmare e levigare la pietra. Una pietra amica dell’uomo, che per la sua docilità è stata scavata, perforata e abitata da generazioni che qui si sono rifugiate, hanno pregato, hanno vissuto e, ancora oggi, vivono, tra paesaggi che mutano in relazione alla luce, alla forza esercitata dalla mano della natura col suo scalpello, dolce o devastante.

Entriamo in Cappadocia in modo originale, puntando verso una meta poco conosciuta, ma che merita una visita per il suo significato storico. Il sultanato di Konya, infatti, si collegava alla Persia attraverso una trafficata pista carovaniera che, in epoca tardo medioevale, faceva tappa al caravanserraglio di Sultanhani. Costruito tra il 1232 e il 1236, Sultanhani è un interessante esempio dell’architettura selgiuchide che intervalla torrette a contrafforti di differenti fogge e dimensioni.

Zelve

Zelve

Il primo appuntamento con la Cappadocia più conosciuta è, invece, qualcosa di sconvolgente. L’area dei famosi “camini di fata”. Strane e affascinanti formazioni rocciose, che la superstizione popolare ha legato alla presenza di creature magiche e fantastiche. Alcune strutture raggiungono anche i 40 metri d’altezza e, ancora una volta, lasciano esterrefatti al cospetto della forza e della fantasia degli elementi naturali. Zelve, però, non è solo un tempio della natura, il suo tufo, tra cui spuntano piccoli vigneti, è punteggiato di caverne, cappelle, rifugi, abitazioni rupestri, mulini, frantoi, buie gallerie da esplorare armati di torcia elettrica. Tra gli anfratti più interessanti: la Chiesa delle Uva (Uzumlu Kilise) e quella del Cervo (Geyikli Kilise).

Pagine: Da Konya ai camini di fata di Zelve | Da Goreme a Sanliurfa | Fotogallery