I Catari, la lingua d'oc e l'Occitania

Villaggi e roccaforti catare sui Pirenei

Le sorti di Carcassone furono inevitabilmente legate al movimento cataro di cui la città era (nel 1200) una delle roccaforti privilegiate. Venne pertanto assediata e conquistata dall’esercito guidato da Simon de Monfort che ne fece il quartier generale per le sanguinose campagne contro i catari della regione. Spingendosi nei dintorni a sud della città, con un tour in auto di uno o più giorni, è possibile viaggiare sulle tracce dei Catari che trovarono rifugio in castelli e villaggi sulle alture pirenaiche come Villerouge-Termenès, Queribus, Peyrepertuse e Montségur.

Pirenei

Proprio le desolate rovine della fortezza di Montségur, arroccata su uno sperone di roccia, sono state l’ultima roccaforte dei Catari e teatro dell’ultimo massacro nel 1244 che vide oltre 200 persone tra uomini, donne e bambini, finire bruciate vive dopo un assedio di 10 mesi e il rifiuto di abiurare la fede in cambio della vita. Quel che rimane di Montségur è tutt’oggi il simbolo per eccellenza della resistenza catara aiutata dai signori e dai conti che regnavano allora sull’Occitania.

Merita una sosta anche Foix, capoluogo dell’Ariége, per fare visita allo Chateau, situato su uno sperone roccioso, dimora dei conti di Foix e sede del museo storico e delle tradizioni dell’Ariége. Il castello, risalente al X secolo, ospita al suo interno il museo dipartimentale dell’Ariege con reperti preistorici che documentano l’attività umana nelle grotte dell’area. Un vero e proprio sentiero percorribile con una escursione transfrontaliera con partenza da Montségur consente di mettersi sul “cammino degli Uomini buoni” e scoprire la storia catara nei castelli di Foix e di Roquefixade (Ariège), al museo della Memoria del Catarismo Occitanico di Mazamet (Tarn), nella bastide di Cordes-sur-ciel (Tarn) e in numerosi altri luoghi di Midi-Pirenei.

Il Catarismo, la civiltà d'Oc e l'Occitania

Trovatori e Catari, poeti dell’amor cortese e mistici religiosi incrociarono le loro sorti in gran parte dell'Occitania, un vasto territorio che copriva il sud della Francia dai Pirenei alla Provenza, ma il nucleo principale degli “Uomini buoni” – come si autodefinivano i Catari – era collocato nelle attuali regioni Midi-Pirenei e Linguadoca. Ancora oggi l’eco di questo movimento religioso medievale riesce a investire di fascino particolare i luoghi del suo transito. Il Catarismo apparve alla fine del XI secolo ad Albi, Béziers, Tolosa, Montauban e Carcassonne. I suoi seguaci, i “perfetti” o “buoni” si richiamava apertamente al Cristianesimo delle origini vivendo nella povertà e predicando la parola di Cristo non in luoghi di culto ma in mezzo al popolo dei fedeli, i “credenti”.

Castello di Foix

Benvoluti e considerati santi dal popolo occitano (lo stesso termine Cataro, utilizzato dal clero cattolico medievale, deriverebbe in effetti dal greco katharos che si può tradurre “essere puro”), basavano la loro dottrina su un dualismo rigoroso che opponeva lo spirito alla materia. Per i Catari l'anima dell'uomo era divina mentre il corpo ne era la sua prigione materiale e ciò implicava una morale severa basata sul digiuno e le mortificazioni. L'unico sacramento praticato era il Battesimo che rivelava all'uomo la sua natura divina, non riconoscevano l’autorità della Chiesa di Roma, rifiutavano la rigida organizzazione sociale medioevale (clero, nobiltà e popolo), perciò vennero ben presto visti come un pericolo per la stabilità del potere feudale e dichiarati eretici Albigesi.

Di fronte alla crescita di consensi del Catarismo nel sud della Francia e al rischio di una sua espansione in Europa, nel 1209 Papa Innocenzo III alleato con i re francesi proclamò una crociata, non contro i Mori o i Saraceni, ma contro altri cristiani che vivevano pacificamente sotto la protezione dei Conti di Tolosa. Durante vent’anni di guerra e ben cinquanta d’inquisizione, l’orrore non tardò a manifestarsi (come la strage di Beziers) e la spietata repressione portò all’annientamento di una cultura. Nel 1244 dopo la presa di Montségur (letteralmente “montagna sicura”) il destino dell’avventura catara era segnato e di li a pochi anni caddero tutte le roccaforti mentre con l’annessione al regno di Francia della grande Occitania anche la cultura della Langue d'Oc iniziò un lento declino. Il nome “Occitania” deriva appunto da “oc”, che significa “sì” nell'antica lingua romanza, ecco perché è possibile identificare questo territorio attraverso l’applicazione di criteri linguistici, come patria della lingua d’oc con confini peraltro più estesi rispetto alla stessa regione della Linguadoca.

Non sarà difficile scorgere, percorrendo questi luoghi, la croce occitanica che ne rappresenta l’emblema più riconoscibile, simbolo condiviso che va a designare un universo a tutti gli effetti, un intero mondo di valori che rappresenta al tempo stesso la lingua, lo stato d’animo e la cultura dell’Occitania. Proveniente dagli stemmi dei conti di Tolosa (XII secolo), la croce occitanica è la bandiera in cui tutt’ora si riconoscono gli abitanti di Midi-Pirenei. La tradizione trobadorica medievale, infatti, tutt’altro che svanita in questi luoghi, appare materia viva di una cultura che si esprime in molti modi diversi: dalle trasmissioni televisive alla letteratura e poesia, dalla musica alle danze e festival, senza dimenticare le specialità gastronomiche come il cassoulet o il foie gras.

Testo e foto a cura della redazione

Montsegur, rovine della fortezza

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