Libri: recensioni e proposte di lettura di narrativa e saggi
Fatema Mernissi: Karawan. Dal deserto al web
Karawan (Giunti, 255 p., € 12) è una guida del Marocco. Ma allo stesso tempo si differenzia in maniera sostanziale da tutte le altre “vere e proprie” guide sul Marocco che potete trovare in commercio. Non si tratta infatti di una guida al Marocco per turisti desiderosi di mare e tour guidati a città imperiali, souk ed incantatori di serpenti.
Al
contrario si tratta di una guida al Marocco
civico, al Marocco che, nonostante le statistiche ufficiali sull’analfabetismo
vede connessi ad Internet una buona percentuale dei propri abitanti
(sia delle zone cittadine che di quelle rurali), in particolare i giovani
che sopperiscono alla mancanza di istruzione “ufficiale”
con manuali di inglese “fai da te” e con le riviste specializzate
a loro dedicate.
Al Marocco che vede molte delle artigiane legate alla fabbricazione dei tappeti passare alla produzione artistica vera e propria supportate dalla famiglia e dai concittadini, contrariamente alla vulgata che vuole la donna islamica sottomessa e rinchiusa nell’alcova domestica. Al Marocco che vede sempre più le inadempienze centrali affrontate dall’associazionismo spontaneo, impegnato a migliorare il tenore e la qualità della vita delle popolazioni nelle zone rurali dell’Atlante, favorendo l’utilizzo di fonti energetiche rinnovabili e la possibilità di costruire un lavoro nella propria terra d’origine piuttosto che essere costretti a tentare un’improbabile fortuna all’estero.
Proprio questo elemento tra l’altro permette una maggiore sensibilizzazione
all’impatto ambientale anche del turismo (la Mernissi denuncia in
particolare il turismo arabo che caccia le specie a rischio d’estinzione)
e l’aggregazione di risorse ed intelligenze per trovare rimedi ai
problemi ecologici (desertificazione) della regione.
Fatema Mernissi ci racconta questo Marocco
“alternativo” in qualche modo da turista lei stessa: infatti
la sua condizione di cittadina e “naturalmente” emancipata
per la propria condizione sociale di docente universitario, la fanno considerare
estranea lei stessa, al pari degli stranieri, dagli abitanti delle zone
rurali. Ma ciò nonostante la sua ricerca del Marocco civile la
fa (e ci fa) venire in contatto con un Marocco assolutamente distante
dai pregiudizi e dai luoghi comuni.
Un Marocco che la Mernissi ci invita a visitare uscendo dai sentieri tracciati per i turisti, in cerca delle attrattive “vere” del paese. E per farlo, oltre all’abbondante iconografia, ci mette a disposizione indirizzi e-mail, url Internet, addirittura numeri di telefono dei protagonisti di questo nuovo Marocco civico che avanza.
Recensione di Francesco Mazzetta
David Mamet: Vermont
David Mamet oltre ad essere sceneggiatore e regista di successo è probabilmente anche il maggior commediografo statunitense vivente. In particolare tra i film che ha contribuito a portare al successo possiamo ricordare: come sceneggiatore Il verdetto, Gli Intoccabili, Glengarry Glen Ross, Hoffa, Ronin, Hannibal…; come regista La casa dei giochi, Le cose cambiano, Il caso Winslow, Hollywood Vermont…
Proprio
quest’ultimo film, uscito nel 2002 è contemporaneo del
libro sul Vermont che vogliamo presentarvi
(Feltrinelli, 124 p., € 11,50). Come il film era l’occasione
per imbastire una delicata commedia sull’impatto di una troupe
hollywoodiana nel tranquillo scenario rurale del Vermont, Vermont-libro
è la descrizione dell’impatto della quiete agreste su uno
scrittore tipicamente “urbano”.
Non è che Mamet sia “nuovo” del Vermont quando scrive
le sue riflessioni/osservazioni: al contrario, ci vive fin dagli anni
Sessanta, ci si è preso una casa in cui trascorre praticamente
tutto il tempo libero, dove i suoi figli sono nati e dove spera di essere
sepolto. E ci descrive come solo un grande scrittore sa fare un ambiente
che ancora conserva tutti i segni della ruralità.
Nel bene come nel male: da una parte sta il cameratismo e la schiettezza degli abitanti, il loro preferire lavori di natura artigianale, la loro onestà; dall’altre parte sta invece il non sempre celato razzismo, a cui Mamet, come ebreo, è sensibile e soggetto. E tuttavia anche questo difetto è si rilevato ma non sottolineato, quasi a significare che tutto sommato non si tratta che di uno spiacevole retrogusto di qualcosa che è possibile dipingere in maniera quasi paradisiaca.
Forse perché è un quieto contraltare allo stress del lavoro urbano, alle opposte idiosincrasie di New York e Hollywood. Forse perché è possibile trovarvi ancora una dimensione umana e un tempo lento negato nella città e nel sistema di produzione odierno. Forse perché isolati dalla neve e dal freddo, vicini ad un camino, è possibile riuscire a vedere in maniera diversa i problemi del mondo, globalizzazione, 11/9 e Bush compresi.
Ma è interessante anche constatare come, nonostante gli oltre 30 anni trascorsi da Mamet in Vermont, egli continui a sentirsi una sorta d’estraneo: forse perché la vita rurale va bene come vacanza ma forse non altrettanto tutto l’anno?
Recensione di Francesco Mazzetta
Kem Nunn: Pomona Queen
Il viaggio del protagonista del romanzo di Nunn (Meridiano Zero, 2004, € 13,50) ricorda molto da vicino quello di Paul Hackett, il personaggio principale del film del 1985 di Martin Scorsese, Fuori orario. Come lui anche Earl Dean ha un lavoro impiegatizio che non lo entusiasma ma che fa con discreto successo, entrambi per uno strano scherzo del destino finiscono una normale e banale giornata lavorativa in una serie di disavventure ed esperienze allucinanti.
A
differenza dell’altro però, ad Earl Dean è il suo
passato a far visita e a far vivere il peggior giorno della sua vita.
Altra differenza è che alla fine del “viaggio” Paul
finisce al punto di partenza, davanti al suo ufficio, mentre Dean coscientemente
si allontana da ciò che era diventata la sua vita negli ultimi
tempi.
La giornata passata praticamente in ostaggio di un figuro proveniente dal suo passato offre a Dean l’opportunità di ripensare a persone e fatti a cui non poneva mente da tanto tempo e a fare i conti con se stesso e soprattutto sulle troppe situazioni lasciate in sospeso. Il passato non torna, però Dean, alla fine della sua odissea di un giorno, non è certo più lo stesso uomo che era diventato, anzi che si era lasciato diventare.
Nunn, come molti scrittori statunitensi, ha una scrittura molto semplice e fluida, veloce come il ritmo della giornata frenetica e incontrollabile di Dean e che quindi si confà perfettamente al racconto. Fra scorci storici di Pomona, la città californiana in cui è ambientata la vicenda, e del passato della famiglia di Dean, emerge un certo sconforto e una amarezza di fondo che danno uno spessore in più ad un’avventura altrimenti solo picaresca.
Non c’è un solo personaggio che si sia salvato col passare del tempo, tutti sono compromessi o corrotti dall’inizio addirittura; l’unico forse coerente e sempre uguale a se stesso è il rapitore di Dean, uno squilibrato violento. Il quadro è veramente desolante: crescendo e invecchiando si tradisce la persona che si era e si sarebbe voluto essere solo per riuscire ad andare avanti. Alla fine del viaggio - e del libro - rimane una certa malinconia e un po’ di rimpianto: un bel libro che presenta uno scorcio un po’ amaro ma probabilmente piuttosto veritiero di un’America suburbana allo sfascio.
Recensione di Maurizio Marenghi
Manuel Vazquez Montalban: Millennio vol. 1: Pepe Carvalho sulla via di Kabul
Continuano le storie dell’ormai celeberrimo Pepe Carvalho, e stavolta, a differenza del solito, lo scenario non è più la Spagna. Non che il detective, nelle sue vicende precedenti, non avesse messo piede fuori della penisola. Per fare solo un esempio, in uno dei suoi primi romanzi, Gli Uccelli di Bangkok, era stato in Thailandia. Ma questa volta la storia non ha più come contesto un posto definito, ma tanti luoghi, uniti da un filo rosso, quello di un viaggio attraverso il mondo.
Così
inizia o sarebbe potuto iniziare la “notizia” che racconta
della nuova uscita di un libro di Manuel
Vasquez Montalban (Millennio Feltrinelli,
309 p., 16 €). Se non fosse che la nuova storia di Pepe Carvalho
è anche l’ultima.
Sulla creatura è incorso il destino del creatore, che nel caso
dei romanzi, e per Nietzsche in tutti i casi, muore.
E’ inevitabile
allora che la lettura di questi libro si confronti con il destino ineluttabile,
e che il lettore svolga il suo percorso nella consapevolezza che sarà
l’ultima volta che potrà sentire raccontare storie di Pepe.
Ma, lo spettacolo deve continuare… Stavolta Carvalho ha deciso di
prendersi un periodo di relax e di intraprendere un viaggio, che lo porterà
fino alle soglie di Kabul, accompagnato dal suo fido assistente Biscuter.
Il romanzo trae esplicitamente spunto da alcuni modelli celebri: Bouvard
e Pécuchet di Flaubert (i nomi, tra l’altro, che scelgono
i due viaggiatori per restare anonimi), Il Don Chisciotte di Cervantes
(i due sono un po’ come Don Qijoite e Sancho Panza) e soprattutto
il Giro del mondo in ottanta giorni di Verne. E’ proprio a questo
ultimo romanzo che è ispirata la struttura del libro, che si potrebbe
definire un viaggio attraverso il mondo della globalizzazione.
Gli “ingredienti” del viaggio sono quelli tipici delle storie di Montalban. Il suo amore per la cucina e il suo spirito comunista ispira Pepe (nomen omen) nel viaggio, e proprio questi elementi tipici danno a tutto un gusto no global proprio nel senso di una valorizzazione del locale (la cucina, gli usi e costumi, i “luoghi locali”) contro la tendenza a globalizzare e a dimenticare.
In questo volume (che è il primo di due) Carvalho, in particolare,
imbarcatosi a Barcellona, parte alla volta dell’Italia, fa tappa
a Genova poi giù fino a Brindisi per imbarcarsi per la Grecia.
Quindi tappa ad Atene e poi Israele, Siria, Libano, torna indietro in
Turchia, via via fino a raggiungere le soglie di Kabul.
L’elemento “giallistico” c’è ma è
in secondo piano. Si suggerisce infatti che questo viaggio per Carvalho
sia anche una fuga da qualcuno che lo cerca, addirittura per un sospetto
omicidio di cui lui sarebbe l’esecutore materiale.
Ma il vero protagonista stavolta è il viaggio. Inteso nel senso in cui dice Paul Bowles: “La differenza tra un viaggiatore e un turista consiste nel fatto che un turista sa quando inizia e quando finisce il viaggio; un viaggiatore vero, no: ne conosce l’inizio ma non la fine”. Frase in tutti i sensi lapidaria, che è la cifra del destino di Montalban, del suo alter ego letterario e un po’ di tutti noi. Ed è questo spirito odissaico che il romanzo ci trasmette e che ci invita a fare nostro.
Recensione di Marco Meneghelli
Angelo Petrella: Cane rabbioso
Il breve esordio di Angelo Petrella (Cane rabbioso, Meridiano Zero, p.
89, € 6) è tutto concentrato in un giorno, un viaggio a
ritroso nelle ultime 24 ore di un poliziotto corrotto, con una struttura
circolare che si chiude sulla stessa scena di apertura.
E il viaggio che compiamo insieme al narratore in prima persona non
è certo dei più agevoli: il protagonista/voce narrante
è un personaggio profondamente detestabile, un “cattivo”
a tutto tondo, marcio, violento e del tutto a suo agio
con la propria abiezione.
Fra
squallidi bar e frequentazioni ancora più sordide nella Napoli
“vera” che ogni turista farebbe bene ad evitare, nelle 89
pagine del lungo racconto i crimini che commette sono innumerevoli;
l’unico sentimento costruttivo sembra provarlo per Sara, la sua
compagna e convivente, che è l’unica a non cadere vittima
della sua violenza (che comunque lei gli provoca ma che egli frena per
l’amore che dice di provare per lei).
L’urgenza espressiva che inforna queste pagine è fortissima, lo stile è frammentato, il ritmo velocissimo, spezzato, quasi come a voler ferire coi suoi cocci; quello che rende quest’opera così viva e vibrante però si rivela anche come una sua limitazione: la foga e la rabbia che permeano e intridono la vita del protagonista sono sì pugni allo stomaco, ma non torcono le budella, non fanno fremere, sono sentimenti incontrollati e rivolti verso chiunque e qualunque cosa, perdendo quindi molto del loro mordente.
Anche la monoliticità di questo pessimo poliziotto alla fine rischia di cadere nell’effettistico, nel desiderio di épater le bourgeois senza però criticare o anche solo svelare in profondità un sistema di vita o un modello di società. Che cosa rimane dunque alla fine della lettura di questo libro? Un certo senso come di incompiutezza, ma anche la certezza di una passione vera e bruciante per la scrittura dell’autore, che dovrà in futuro imparare ad aggiungere alla potenza, che certo non gli manca, anche il controllo.
Recensione di Maurizio Marenghi
Drazan Gunjaca: Il crepuscolo della ragione
Il Crepuscolo della ragione (Prospettiva
Editrice, 83 pp., € 10) è il terzo testo teatrale di Drazan
Gunjaca ed il secondo tradotto in italiano. Ne parliamo qui anche
per segnalare il suo precedente Roulette balcanica ed il romanzo Congedi
balcanici, entrambi pubblicati da Fara Editore nel 2003.
"Roulette balcanica" in forma di testo teatrale e "Congedi
balcanici" in forma di romanzo ci raccontano entrambi il dramma
del conflitto balcanico proprio come torna a farlo in forma drammatica
"Il crepuscolo della ragione".
Dei
tre l’unico che contenga notazioni anche “geografiche”
è il romanzo, mediante la descrizione delle peregrinazioni del
protagonista nei Balcani in guerra. I due testi teatrali al contrario
sono claustrofobicamente limitati nello spazio e nel tempo.
Il primo nello spazio di una notte ci racconta di Petar, ex ufficiale jugoslavo ora improvvisamente serbo in terra croata, che nel proprio appartamento medita sul suicidio dopo che la moglie croata l’ha abbandonato portandosi via i figli. Il secondo nella cella di una prigione che nell’arco di una sola giornata cambia tre diversi carcerieri – prima croati, poi serbi e infine bosniaci – dove è trattenuto il vecchio professore di storia in pensione, Ante.
Ante è croato come i soldati che lo avevano imprigionato, ma è stato fermato perché aveva indossato una divisa serba per oltrepassare le linee e ricongiungersi ai suoi cari. I suoi “connazionali” lo credono una spia e vorrebbero fucilarlo, ma Ante si finge pazzo e inizia a fare loro lezione sulla storia recente dei Balcani come se si credesse ancora a scuola.
Il plurimo ribaltamento di fronte non porterà però a lui ed al compagno bosniaco di cella la libertà perché ogni volta rimarrà invischiato nella follia dell’odio etnico e religioso. In compenso la prigionia fornirà ad Ante spunto per la riflessione sulla follia che pare cronica in queste terre e che spinge i suoi abitanti ad odiarsi ed a combattere gli uni contro gli altri.
Proprio oggi che tale odio pare sopito e in particolare la Croazia diventa meta privilegiata del turismo italiano, farci raccontare la follia che l’ha travolta con una prosa sempre in bilico tra farsa e tragedia da chi l’ha personalmente vissuta (l’autore, ex ufficiale della Marina militare jugoslava attualmente vive a Pola svolgendo la professione d’avvocato) è un privilegio per ripensare ai drammi che hanno travagliato una regione a noi così vicina.
Recensione di Francesco Mazzetta
Valeria Viganò: Siamo state a Kirkjubæjarklaustur, Viaggio in Islanda
L’Islanda è «il luogo che connette interno ed esterno, dove si conta il pulsare della terra e si tiene sotto controllo il battito del cuore»: la descrivono così Armitage e Maxwell in Moon Country e Valeria Viganò riprende il loro giudizio nel suo Siamo state a Kirkjubæjarklaustur, Viaggio in Islanda (Neri Pozza, 127 p., € 15).
Più
che libro di viaggio, il libro della Viganò è il diario
di una vacanza “intelligente”, fatta non solo per ritemprare
animo e fisico fiaccati dalla routine cittadina, ma anche per seguire
le tracce degli analoghi viaggi in Islanda compiuti dal poeta inglese
W. H. Auden. E il giudizio finale dato dalla Viganò all’opera
del poeta può in certa misura essere ribaltato sulla sua stessa
opera: «Letters from Iceland, libro [di Auden] commissionato
e risolto con grandissime trovate tecniche per sopperire alla difficoltà
di descrivere il vuoto incontrato sul campo…».
E il problema è proprio lì: il vuoto. Intendiamoci: il viaggio della Viganò è ben poco avventuroso, il suo approccio all’Islanda è quello di un turista fly & drive, pacchetto che se non costringe a rimanere assieme ai connazionali del viaggio organizzato è comunque preparato con cura per ridurre al minimo gli eventuali disagi.
Ma nonostante questo, nonostante un certo atteggiamento snob della Viganò nei confronti dell’Islanda “civilizzata” e relativamente densamente popolata di Reykjavik e dintorni, la descrizione nel suo libro è tutto sommato per lo più limitata a queste zone, mentre all’interno, quando la civiltà manca e si ritrova di fronte alla natura impervia ed ostile nella sua indifferenza le parole mancano. Almeno quelle per descrivere ciò che vede.
Al contrario, proprio il vuoto umano amplifica la capacità di guardare dentro se stessi ed il libro di viaggio si trasforma in affascinante diario alla ricerca della voce interiore, una voce che è possibile ascoltare sola là dove finalmente ogni altro rumore umano tace.
Recensione di Francesco Mazzetta
John Ridley: Inferno solo andata
Charles Harmon e Charlie Negro Cervellone: i due poli del viaggio del protagonista del nuovo romanzo di John Ridley, Inferno solo andata (Garzanti, pp. 321, € 15) sono questi. Charlie Negro era Charles Harmon, un avvocato nero di discreto successo, con una moglie bella e innamorata e una casa di proprietà. Fino a che sua moglie rimane incinta, e da lì il tracollo, verticale e velocissimo, che lo trasformerà in Charlie, un “hobo”, un viandante, un viaggiatore clandestino di treni, senza meta altra che il viaggio stesso.
Charlie,
per fare un favore ad un amico e maestro, accetta la missione di cercare
la di lui diciassettenne nipote, scomparsa poco dopo aver deciso di
vivere la stessa vita randagia dello zio. Il mondo descritto è
accettato da Charlie come necessario e ineluttabile, senza recriminazioni,
e il riquadro che alla fine si delinea è tutto fuorchè
conciliante o consolante.
Per Charlie, e forse per nessun’altro , il riscatto non esiste, il ritorno non è possibile: quando percorre a ritroso la strada che l’ha condotto così lontano dalla sua vita precedente, quello che ritrova una volta giunto a destinazione, a “casa”, è…niente. La vita che aveva lasciato è proseguita e si è richiusa alle sue spalle; il viaggio da Charles Harmon a Charlie Negro Cervellone è di sola andata. Tutto quello che guadagna Charlie dalla sua avventura è un piccolo ridimensionamento dell’incubo che lo tiene sveglio da quando è Charlie.
Narrato in prima persona da Charlie, il libro presenta una realtà
dura, crudele e spietata, raccontata con un tono secco e asciutto e uno
stile nervoso e veloce. Il linguaggio forte e la sintassi semplice, perfettamente
funzionali al racconto, hanno la ruvidezza di una pelle segnata da cicatrici,
intemperie e malnutrizione. Ridley è molto bravo a trattare di
ambienti e personaggi “estremi” senza cadere mai nell’effettistico
o nel pietismo compiaciuto, ma restando sempre sobrio e controllato.
Un romanzo brutale, senza pietà e senza filtri, ma sincero e vitale.
Recensione di Maurizio Marenghi
Ambrogio Borsani: Tropico dei sogni
Chi
deciderà di fare una vacanza all’isola Mauritius (in periodo
estivo o altro poco importa) trarrà giovamento dalla lettura del
libro di Ambrogio Borsani, Tropico
dei sogni (Neri Pozza, pp. 174, € 14,50), se non altro perché
opporrà alla filosofia del marketing turistico di molte guide e
pacchetti vacanze, indicazioni più realistiche e profonde (come
lo sfruttamento coloniale operato dagli occidentali) sul carattere dell’isola.
Chi
non ci potrà andare troverà ugualmente linfa preziosa
dal viaggio virtuale della lettura di questo libro, che immerge fin
dall’inizio il lettore nelle sonorità dell’isola
e nel carattere dei suoi abitanti, raccontandoci della vicenda di Kaya,
un cantante indigeno che suona musica saggae (che fonde il
ritmo musicale del sega, musica mauriziana, a quello del raggae,
dell’amatissimo Bob Marley). Kaya resterà ucciso dopo essere
stato incarcerato per aver fumato per protesta una sigaretta di marijuana.
Egli però nel contempo e forse proprio per questo diverrà
un eroe dell’isola.
“Prima venne creata l’isola Mauritius, poi il Paradiso. E il Paradiso venne fatto prendendo a modello Mauritius”. Così, in maniera smaccatamente adulatrice e un po’ esagerata, Mark Twain descrive l’isola dopo averla visitata. Gli era capitato di soggiornarci per un ciclo di conferenze, dal titolo "Following The Equator", che una società che curava la sua immagine gli aveva procurato.
Oltre a Twain, ci racconta l’autore, capiteranno sull’isola altri illustri personaggi, anche se non tutti saranno così lusinghieri nel giudizio quanto l’autore di Huckleberry Finn. Uno di loro è Baudelaire, che sull’isola si sentirà esiliato dall’Europa e soprattutto da Parigi, emarginato dai centri culturali che contano e smanioso di tornare al più presto in patria. Altri capiteranno a Mauritius tra alterne fortune: da Bernardin de Saint Pierre a Conrad, al pirata Surcouf. E tutti un po’ per caso, un po’ per necessità.
In quest’isola tutto sommato periferica ci si può capitare tutt’al più grazie a un colpo di dadi del destino o meglio del caso (visto che “Dio non gioca a dadi”), poichè, come scrive Borsani: “Di fronte ai capricci del caso non possiamo far altro che invocare un briciolo di fortuna, spesso senza sapere a chi rivolgere la nostra invocazione. Molti qui invocarono un briciolo di fortuna. E qualcuno ottenne ciò che aveva chiesto. Ora è questa terra ad alzare la voce per invocare un briciolo di fortuna. Dopo tutte le vicissitudini imposte da altri popoli l’isola vuole una propria storia. Lunga vita alla giovane "Repubblica di Mauritius”
Recensione di Marco Meneghelli
Jeffery Deaver: Il Giardino delle Belve
Di un viaggio nello spazio e nel tempo parla Il Giardino delle Belve, il nuovo bestseller di Jeffery Deaver (Sonzogno, pp. 485, €19). In questa sua nuova opera però il romanziere americano, particolarmente amato in Italia, tanto è vero che questo suo ultimo è uscito da noi un mese prima che negli States, abbandona il suo personaggio preferito – Lincoln Rhyme -, per addentrarsi in una storia di spionaggio ambientata alla vigilia della seconda Guerra Mondiale.
Il
protagonista Paul Schumann, ex soldato durante la prima Guerra Mondiale,
nel 1936 fa il sicario per la mala newyorkese. Nonostante sia uno dei
migliori aariva però anche per lui il momento della cattura.
Ma il governo pensa che le sue doti possono essere meglio sfruttate
nell’intelligence piuttosto che in prigione.
Eccolo dunque spedito nella Berlino dei giochi olimpici in cui il Terzo
Reich vuole mostrare a tutto il mondo la superiorità della razza
ariana. Camuffato da giornalista, il suo compito è quello di uccidere
Reinhard Ernst, uno dei principali responsabili del piano di riarmo nazista.
Come in ogni storia di spionaggio che si rispetti incroceranno le proprie
strade varie spie non sempre fedeli al loro datore di lavoro e ciò
renderà arduo il compito di Schumann, tra l’altro braccato
pure da un abile agente della polizia criminale tedesca.
Benché la descrizione deaveriana della Berlino degli anni ’30
non sia particolarmente accurata – dominano solo pochi ambienti
visitati più volte dai personaggi, e la sensazione è quella
di una non troppo approfondita documentazione – è resa magistralmente
l’atmosfera del periodo: la sensazione d’insicurezza costante,
il clima diffuso di delazione, lo spadroneggiare delle squadre naziste.
Alla fine gli sviluppi della trama non sono esattamente inattesi, ma il
romanzo non diminuisce per questo la sua forza ed il suo pathos. Che sta
appunto più che nella trama in sé nella rappresentazione
della banalità del male nazista al suo sorgere, e di come questa
banalità abbia potuto contagiare tanta gente apparentemente per
bene sia in Germania che nella patria della democrazia in cui pure covava
(e cova?) il razzismo nei confronti di ebrei e neri.
E poi c’è anche da considerare che si tratta di un perfetto
libro “da ombrellone”, con cui riempire i tempi morti delle
vacanze estive: una lettura appassionante e mai eccessivavente impegnativa
o noiosa.
Recensione di Francesco Mazzetta