Himalaya. L’infanzia di un capo

Il Dolpo è una remota regione nel cuore dell’Himalaya, geograficamente e spiritualmente dominata da imponenti vette a oltre settemila metri di altitudine, in cui l’inverno assume forme e personalità uniche, che contrappongono escursioni termiche di oltre 50 gradi. In questo clima - perfetto per capre, montoni e yak - organizzata in sparuti villaggi, vive una popolazione che ricava il proprio sostentamento dagli yak, da una magra agricoltura e dal baratto del sale con il grano delle aree pedemontane, un primitivo commercio che avviene attraverso difficili e pericolose spedizioni.

Trama del film

Copertina DvdIn questo scenario, sullo sfondo della catena himalayana distesa tra la valle dell’Indo e quella del Brahmaputra, si svolge la vicenda di Tinlé, Karma e Passang: rappresentanti di tre differenti generazioni, che vivono il rapporto con la montagna e la sopravvivenza attraverso occhi e sentimenti diversi, che però si intrecciano in continuazione, nel solco di una cultura che miscela buddismo, animismo, tradizione, sofferenza e gioia.

La trama del film di Éric Valli è molto semplice, così come è semplice l’esistenza di questi uomini che vivono un primordiale contatto con la natura, con le sue misteriose forze di tremenda bellezza. Alla morte del figlio, il vecchio capo villaggio Tinlé, sospettando della colpevolezza dell’ambizioso Karma, decide di organizzare egli stesso, proprio in competizione con Karma, l’annuale carovana di yak per il trasporto del sale.

È l’inizio di uno straordinario viaggio che diviene palestra di vita per il piccolo Passang, futuro capo del villaggio, che mette a nudo anime e sentimenti troppo a lungo taciuti. Un viaggio, a cinquemila metri di altezza, che racconta le sfumature di una cultura lontana e antica, profondamente legata alle candide vette dell’Himalaya.

Recensione

“La montagna ci conosce”: in queste parole di Tinlé c’è tutto, c’è il rapporto mistico che unisce timore e venerazione per queste montagne, che se da una parte rappresentano un ostacolo da superare ogni anno per la propria sopravvivenza, dall’altro sono la culla che, per secoli, ha saputo proteggere la cultura e la vita di questo popolo. Una vicenda umana non concepibile al di fuori del contesto in cui si svolge. Una terra in cui il silenzio è rotto dal lento incedere degli yak, o dalle preghiere buddiste che sventolano al vento.

Una terra di panorami sconfinati che escono dallo schermo in colori vividi e abbacinanti, oppure rivivono nelle atmosfere raccolte dei focolari e nella lentezza di tutta la pellicola che, in tono quasi documentaristico, indugia su particolari che cercano di penetrare una realtà completamente avulsa dal modo di vivere occidentale. Proprio per questo, ma è l’unico appunto che ci sentiamo di muovere a “Himalaya”, talvolta la trasposizione in italiano dei dialoghi non ha saputo trovare, nella nostra lingua, parole che esprimessero compiutamente l’anima dei protagonisti.

Alcuni dialoghi appaiono troppo occidentali, stridono tra le rughe di Tinlé e il sorriso di Passang. Ma purtroppo, questo, non è l’unico aspetto di occidentalizzazione che minaccia il Dolpo. Infatti, le nuove strade che portano il sale dall’India, aperte dalle autorità cinesi e la chiusura mentale del governo di Pechino verso la cultura tradizionale di queste popolazioni, stanno sciogliendo il secolare rapporto di mutua assistenza tra il Dolpo e le più fertili aree ai piedi dell’Himalaya. Anche per questo il film di Eric Valli può essere definito come il “libro di memorie del Dolpo”, un attestato della sua cultura, forse destinata a scomparire per sempre.

Il regista

Eric Valli, francese, dall’età di 19 anni è un viaggiatore, nel senso più stretto della parola. Fotoroporter per “National Geographic”, è un grande conoscitore dell’area himalayana e delle sue popolazioni. Ha collaborato con le produzioni cinematografiche di “Sette anni in Tibet” e “Il piccolo Buddha”. “Hymalaya” è il suo primo film da regista. Tra le altre opere di Eric Valli vanno ricordati i documentari “Chasseurs de miel” (1988), “Chasseurs des tenebres” (1990), "Les vagabonds de la forêt" (2002).

Cristiano Pinotti