Libri: recensioni e proposte di lettura di narrativa e saggi

Jim Shepard: Project X

Potente, questo romanzo di Jim Shepard (Meridiano Zero, p. 216, € 12,50). Narra, in prima persona, della vita di 2 amici statunitensi alla soglia dell’adolescenza, Edwin e Roddy, detto Scheggia.
Chi ci parla è Edwin, e la realtà che ci descrive è anodinamente terrificante: Scheggia è il suo unico amico ed entrambi condividono lo stesso destino di reietti a scuola e di incompresi e non inseriti in famiglia. Nasce in loro però l’idea di un progetto che li farà di certo ricordare, e a lungo, in una personalissima interpretazione della strage di Columbine, magistralmente documentata anche da Michael Moore.

Project XLa scelta della narrazione in prima persona è quanto mai congeniale al genere di storia esposta, e viene portata avanti con coerenza e anche con una certa maestria. Attraverso gli occhi disincantati, se non addirittura già cinici, di Edwin, assistiamo alla necrosi di un mondo dove ormai nemmeno più la forma ha senso, dove nelle relazioni interpersonali la sopraffazione e la violenza sono elementi inevitabili, se non costitutivi, dove anche i legami familiari sono supposti e non costruiti, consolidati e sorretti da una profonda conoscenza e da voglia di condivisione.

In un contesto sociale e umano così disciolto e lacerato, il progetto di Edwin e Scheggia è, se non giustificabile, almeno comprensibile: in un sistema in cui nessun valore è rispettato nemmeno nominalmente, in cui le persone che stanno intorno ai due ragazzi si dividono, nella parole di Scheggia, in “quelli che non sanno niente di noi, e quelli che non ne vogliono sapere”, la loro azione, in sé estrema, perde la sua gravità per la mancanza assoluta del benché minimo modello di riferimento. Il loro gesto forse è una forma, violenta e radicale, di vagito, di sanguigna richiesta di esistenza.

Shepard maneggia una materia incandescente e spinosissima con una delicatezza ed una padronanza veramente ammirevoli, assumendo il punto di vista -spaventosamente- neutro del protagonista, amplificando così ulteriormente l’effetto di vuoto centripeto sottostante tutto il romanzo, di “casa bruciata dall’interno e crollata”, come efficacemente conclude il protagonista/narratore in chiusura.
Un (altro) ritratto di un'America in cui il disagio e la mancanza di punti di riferimento è un pericolo maggiore di qualsiasi forza terroristica.

Recensione di Maurizio Marenghi

Maurizio Paoli: Fourtrips

Fourtrips è un libro di viaggi, ma non una “narrazione” di viaggi e neppure un “diario”. La definizione migliore la dà lo stesso sottotitolo: “Appunti di viaggio”. E in effetti di appunti si tratta, annotazioni, quasi casuali, eppure sempre interessanti, sempre centrati a tentare di capire il paese che il viaggiatore sta in quel momento visitando. E i viaggi descritti in Fourtrips sono cinque: India, Marocco, Birmania, Perù e Israele. In ognuno di essi Maurizio Paoli, autore di Fourtrips (Cesarenani Editrice a € 12) e protagonista dei viaggi, cerca di dare conto non dell'impressione del turista, ma al contrario di capire la realtà che ha di fronte.

FourtripsVa da sé: come turista e non come antropologo, e neppure come viaggiatore scrittore (nessuna pretesa insomma d'essere un novello Stendhal), ma come turista non accecato stolidamente dalle rotte tracciate dall'industria della vacanza, e attento invece a guardare la realtà esotica che lo circonda con occhi il più possibile disincantati ed allo stesso tempo partecipi.

Nascono così annotazioni brevi, fulminee, quasi aforismi che a modo loro dipingono la realtà dei paesi visitati meglio di tante guide. Certo, non la realtà “fisica”, banalmente geografica, quanto la realtà intesa come l'“anima” del luogo scrutata attraverso le persone che lo abitano.

E a completare le annotazioni di viaggio ecco anche alcune testimonianze di lettori dei reportage di Paoli, oltre a qualche foto. Poche, queste ultime, ma a modo loro rappresentative non meno del testo, quasi tutte a riprendere non le bellezze naturali, ma persone colte nel pieno della loro attività in mercati, templi, strade.

Per certi versi dispiace che Paoli non si sia sforzato di elaborare un po' di più il materiale sostanzialmente grezzo che ci presenta, ma d'altra parte tale debolezza è anche la forza per altro aspetto del libro: impressioni a caldo, senza alcuna mediazione letteraria o riflessione successiva ad ammorbidirne le asperità. Forse per questo Fourtrips è probabilmente un libro maggiormente adatto a chi i viaggi preferisce farli piuttosto che leggerli.

Recensione di Francesco Mazzetta

Marco Nese: Far West. Sui sentieri di indiani e cowboy

Marco Nese è giornalista del Corriere della Sera, collaboratore di Raiuno e autore di libri dedicati ad inchieste sulla mafia. Ma in Far West: sui sentieri di indiani e cowboy (Rai-Eri, 157 p., € 13) protagonisti sono gli scenari più esotici degli Stati Uniti, quelli meta del turismo di massa, eppure sempre estremamente coinvolgenti quasi a voler sfidare qualsiasi banale commercializzazione: il Grand Canyon, Monument Valley, Arches, Bryce Canyon, Zion Park, Las Vegas, Death Valley, Yosemite Park.

Far WestUn tour che ciascuno di noi può compiere, e magari l'ha già pure fatto, una o più volte. Eppure la descrizione che Nese fa della sua vacanza non è meno interessante. Perché comunque l'occhio attento del giornalista va a curiosare là dove i comuni turisti non si soffermano, va a indagare – e quindi a spiegarci – la storia e le curiosità umane attorno a quei luoghi magnifici che la natura ha saputo creare. Svela difetti ed idiosincrasie tipicamente americane – su tutte le passioni per il “junk food” e per le pacchianate – ma ne sottolinea pure la forza interiore e rileva dettagli che meriterebbero da soli approfonditi studi.

Solo un paio d'osservazioni, come esempio. A Fruita, nello Utah, sulle fertili rive del fiume Fremont, ci sono frutteti in cui chiunque passa può raccogliere liberamente frutta per mangiarla. Ma se invece si vuole raccoglierne un po' di più per portarsela via, è gradita un'offerta da lasciare in cassette lasciate sul ciglio della strada. Cassette che sono un sintomo lampante nella fiducia verso il prossimo degli americani e che invece da noi resisterebbero ben poco a ladri e/o vandali o rimarrebbero sconsolatamente vuote ignorate dai “furbi”.

Un'altra osservazione riguarda l'urbanistica americana, confrontata con quella europea (e non solo): il nucleo urbano negli Stati Uniti è sempre costruito attorno a una strada, mentre in Europa il suo centro è la piazza. La notazione di Nese in questo caso si ferma qui a mostrare come il nucleo abitativo sia funzionale alle ondate migratorie che hanno investito l'Ovest americano, ma chiaramente si tratta di un'osservazione che già da sola spinge alla riflessione sulla differenza culturale tra questi due continenti solo in apparenza accomunati dalla definizione di “Occidente” oggi di moda tra commentatori di notizie e sociologi da salotto televisivo.

In conclusione Far West di Nese è un occasione per conoscere meglio non solo il West (e magari andarlo o ritornarlo a visitare con occhi maggiormente consapevoli) ma anche un'occasione per ripensare, in base ai suggerimenti dell'autore, la nostra immagine, forse un po' troppo stereotipata, degli Stati Uniti.

Recensione di Francesco Mazzetta

James Lee Burke: La ballata di Jolie Blon

Il luogo è la Louisiana: il reticolo di bayou e di vecchie tradizioni sudiste e razziste che costituiscono un contemporaneo ed indistricabile labirinto sia per lo spazio geografico che per quello spazio interiore che chiamiamo “anima”. E' lì che lavora come poliziotto Dave Robicheaux, il protagonista di una fortunata serie di romanzi polizieschi di James Lee Burke.

La ballata di Jolie BlonNell'ultimo, La ballata di Jolie Blon (Meridiano Zero, 408 p., € 16), Dave si trova di fronte alla brutale violenza sessuale e successivo omicidio ai danni di una ragazzina adolescente. L'odio comune si indirizza immediatamente contro persone di colore ed in particolar modo contro un ragazzo nero il cui principale peccato non è quello di essere un drogato o di essere un eccezionale musicista blues, quanto quello di fare il filo ad una ragazza bianca.

Ma Dave sa che una cosa sono gli assassini materiali, ed un'altra l'humus culturale che ha consentito che l'assassinio potesse essere compiuto. E allora non basta andare a indagare all'interno della comunità di colore, ma occorre anche smuovere il marcio che c'è all'interno della rispettabile comunità bianca, non solo, ma proprio tra i suoi esponenti apparentemente più progressisti e liberali.

E il tutto ogni volta riporta Dave al passato, un passato fatto di violenza e sopraffazione, di schiavutù e di violenze inimmaginabili ai danni della gente di colore. In questo caso pericolo ben maggiore del giovane bluesman Tee Bobby Hulin e della malavita organizzata, sono due persone apparentemente agli antipodi: da un lato Legion, antico supervisore della piantagione del padre dell'avvocato di Hulin che era temuto come il demone suo omonimo dagli schiavi e come violento stupratore dalle schiave; dall'altro lato Marvin Oates, apparentemente innocuo venditore porta a porta di Bibbie, che in realtà ha un'idea tutta propria di come vada somministrata la giustizia divina.

Sembra proprio che abbia perfettamente ragione l'amico di Dave, Clete Purcel, quando dice al primo: «Questa è la Louisiana, Dave. Il Nord del Guatemala. Smettila di fingere di vivere negli Stati Uniti e la vita avrà molto più senso.» Ma per Dave, veterano del Vietnam, ex-alcolizzato, ex-detective di New Orleans, la contea di New Iberia dove vive e lavora ed il bayou Teche, in riva al quale ha anche un negozio di esche, sono la propria parte di paradiso in mezzo all'inferno che egli ogni volta farà di tutto per difendere.

Recensione di Francesco Mazzetta

Valeria Giordano: La Metropoli e oltre

La metropoli e oltre è un saggio (Meltemi, 168 p., € 16) che prende a pretesto la figura moderna della metropoli per parlare e soffermarsi piuttosto sulle figure della modernità; infatti, d’accordo con Simmel, “la metropoli è l’essenza stessa della modernità” (G. Simmel, La metropoli e la vita dello spirito).

La Metropoli e oltreGli autori che ci accompagnano nell’attraversamento di queste figure sono tra i maggiori esponenti della critica della modernità e sono quasi tutti dei classici assoluti: da Nietzsche a Musil, da Baudelaire a Benjamin, per non dire del già citato Simmel, di Schutz, di Rimbaud e di molti altri autori. Tutti per lo più accomunati dal trovarsi ad essere nati e aver avuto il “privilegio” di vivere durante il sorgere del moderno (cioè tra la seconda metà del XIX e la seconda metà del XX sec., con qualche incursione fino a noi).

Un privilegio da intendersi in modo paradossale come quello della perdita del privilegio tipica della modernità: della fine dello sguardo sull’intero, di cui già parlò Musil e da cui deriva la frammentarietà del vivere moderno.
Ciò che sembra è che l’autrice, parlando della modernità, parli di un tempo che in parte è ancora il nostro ma in buona parte non lo è più (e allora ci attenderemmo un prossimo saggio in cui ci parli della post-modernità in cui ora viviamo…).

Ciò che conta tuttavia è ,come già detto, il link tra modernità e metropoli. In effetti, per certi aspetti, nella metropoli sopravvive il moderno, ma forse nel modo in cui Wittgenstein parlava del linguaggio usando come metafora la città. Tant’è, secondo Giordano noi dovremmo operare la scelta di oltre-passare il moderno un po’ come fa Zarathustra di fronte alla soglia della grande città nel libro omonimo: la oltrepassa, così eccedendo, violando il limite nella direzione, appunto, dell’ubermensch.

Di questo oltre-uomo, in realtà, non vengono date molte coordinate o specificazioni. Potremmo dire, un po’ scherzosamente, che si tratterebbe di una sorta di oltre-uomo senza qualità. Il saggio, di fatto, non sembra aggiungere molte novità al già sentito e scritto di autori così illustri. C’è però un capitolo che, pur nel commento fedele all’autore, sembra cogliere nel segno: quando Giordano parla di alcuni personaggi della modernità: l’avventuriero, il giocatore, lo straniero, lo spettatore, il consumatore. Pagine che valgono il libro intero è che possono giustificarne l’acquisto.

Recensione di Marco Meneghelli

Aldo Nove: Milano non è Milano

Da un punto di vista logico, l’enunciato “Milano è Milano” è una tautologia; in questo senso il corrispettivo Milano non è Milano (Laterza, 145 p., € 9) dovrebbe essere una contraddizione. Ma, come sanno bene i filosofi, se il primo enunciato, pur predicando l’identità A=A, aggiunge valore informativo al significato del soggetto (ribadendo la “milanesità” di Milano, un po’ come dire: “Milan l’è on gran Milan”); così la negazione dell’identità, A = nonA, asserisce qualcosa che va al di là della mera contraddizione logica.

Milano non è MilanoIl fatto è che, secondo lo sguardo interpretativo di Aldo Nove, Milano ha un po’ la stessa consistenza del fiume di Eraclito: il fiume è lo stesso ma le sue acque cambiano di continuo, tanto che non è mai la stessa l’acqua in cui ti bagni. Così è (o non è) Milano: in perenne mutamento. Milano non è mai la stessa e perciò la sua essenza incoraggia una logica della contraddizione: non puoi fissare un punto di riferimento e dire: “questa (o quella) è Milano”, perchè un mese dopo quella cosa lì non c’è più ed è già stata sostituita da qualcos’altro.

Certo, ci sono cose a Milano che hanno una relativa persistenza, come, a esempio, Piazza Duomo. Ma se il Duomo è lì da molti secoli, non è lo stesso per il Virgin Megastore, la Ricordi, o l’insegna dell’impiegata con la macchina da scrivere che fino a qualche anno fa ancora campeggiava accanto all’insegna delle percentuali borsistiche, giusto di fronte alla facciata della cattedrale che dà il nome alla piazza. Ma che oggi non c’è più.
E permane solo nel ricordo di chi l’ha vista.

Cercare di descrivere il mutamento continuo di una città paradigma del cambiamento come Milano: è questo il compito implicito che si assegna Nove nel suo nuovo libretto, che, come da quarta di copertina, è “una guida d’autore alla metropoli più metropoli d’Italia”. Compito che Nove svolge diligentemente, anche se forse non mantenendo completamente le aspettative di una così bella idea (ma ha la totale scusante di dover scrivere una guida e non un libro di narrativa sulla città di Milano). C’è da dire però che, quando le premesse del compito sono mantenute, il lavoro di Nove è di ottimo livello (tanto per fare un esempio, nel folgorante e borgesiano inizio del libro).

Un lavoro in cui Nove mantiene la stilistica e la poetica che l’ha reso noto, e che non potrebbe attagliarsi meglio che a una città come Milano. Quando leggo Nove infatti, ho sempre l’impressione di leggere un libro del Marchese de Sade: c’è lo stesso ossessionato gusto per il valore capovolto, il conferire valore a ciò che per un certo senso comune artistico è brutto, kitsch, immorale. E di parlar bene, anzi benissimo, di ciò che a tutti o per lo più appare male o anzi malissimo. Un esempio su tutti: la glorificazione che Nove fa dei centri commerciali milanesi.

Con sensibilità futurista infatti Nove di Milano ama soprattutto i confini e i contorni (l’hinterland, Quarto Oggiaro, la periferia in genere e ciò che di periferico e global e consumistico e spersonalizzante sta in centro). E con questo sadismo leggero e profondo, Nove ci restituisce l’immagine attendibile di una città in cui “se sta mai coj man in man”. Ed è proprio vero: Milano è davvero molto simile a come Nove la descrive. O forse è già cambiata?

Recensione di Marco Meneghelli

Derek Raymond: Atti privati in luoghi pubblici

Quando si pensa alla swinging London degli anni ’60 può capitare di riandare con la mente alla rappresentazione datane in Absolute Beginners di Julian Temple (anche se in realtà il film era ambientato nei tardi ’50): il clima quello di una tempesta che stava spazzando via il vecchiume della società tradizionale uscita con le ossa rotte dalla Seconda Guerra Mondiale e dalla seguente crisi del colonialismo e di un “nuovo” che però non era sempre così automaticamente piacevole.

Derek RaymondDerek Raymond, scrittore a suo modo “maledetto” giunto solo poco prima della morte alla notorietà letteraria e diviso dalla giovinezza tra miriadi di lavori diversi in miriadi di posti diversi in tutto il mondo, ci racconta in Atti privati in luoghi pubblici (Meridiano Zero, 219 p., € 13,50) la sua versione di questi anni ’60 in un romanzo fuori dalla serie della Factory che lo ha reso celebre.

La storia è quella di Lydia Quench, rampolla degenere di una famiglia dell’alta aristocrazia inglese alla quale la madre taglia i viveri come risposta ad un comportamento eccessivamente anticonformista. Lydia non si fa problema della cosa e per sopravvivere posa inizialmente per scatti osé per poi trovarsi sempre più invischiata nell’industria a luci rosse.

La spirale in cui cade Lydia ci viene narrata dal cugino, Michael Mendip, appartenente ad un ramo cadetto della famiglia caduto in disgrazia economica e personalmente ridottosi a gestire un negozio di proprietà di un altro membro della famiglia: Viper. Mendip è ritratto da Raymond come un omosessuale quasi macchiettistico nella sua estenuata sensibilità. Ma, come pure dovrà riconoscere il coriaceo Viper, la sensibilità di Mendip è l’unica cosa che può salvare una società condannata alla distruzione per l’incapacità di relazionarsi del nuovo (Lydia, la sorella marxista, Viper stesso) col vecchio rappresentato dalla madre di Lydia incapace non solo di capire le figlie, ma assolutamente scandalizzata da qualsiasi novità al punto di rifiutarsi categoricamente non solo di aiutare ma pure di conoscere le disgrazie di Lydia.

Solo Mendip ha la sensibilità necessaria per salvare Lydia prima di tutto da se stessa, perché è l’unico a capire che ciò di cui ha bisogno è l’amore che in primis le è stato negato dalla propria stessa madre. Ma questa sensibilità non arriva in tempo per impedire che la spirale di Lydia giunga all’ineluttabile epilogo.

Quando a Derek Raymond, in una intervista è stato chiesto di spiegare perché tanti suoi amici fossero finiti male egli, sorseggiando l’immancabile birra, ha risposto che nelle famiglie dell’upper class inglese si sono allevati i figli a suon di menzogne; quando poi essi si sono accorti di quanto la vita reale sia distante dalla bolla in cui sono cresciuti, di come apparenza e realtà non siano conciliabili, sono impazziti, diventati schizofrenici, si sono suicidati. Facendosi carico sulla loro stessa pella dell’incapacità di accettare il cambiamento da parte di una classe che pure aveva dominato il mondo.

Recensione di Francesco Mazzetta

Stenio Solinas: Percorsi d’acqua

Percorsi d’acqua di Stenio Solinas (Ponte alle Grazie, 211 p., € 13,50) è un libro particolare. Un grande esempio di reportage giornalistico di un autore che, pur raccontando fatti, non rinuncia a darne una propria versione, possa essa piacere o meno.

Percorsi d'acquaUn libro bello perché ci racconta di luoghi legati all’acqua come Venezia, come Key West, come Caprera, in modo insolito ed originale, mostrando aspetti della storia di questi luoghi che è difficile trovare altrove. Stenio Solinas è inviato ed editorialista per Il Giornale ed ha scritto altri libri frutto di reportage giornalistici. Ed ha il dono e la capacità di essere un bravo giornalista. Di appassionare il lettore a quello che scrive. Di fargli vedere le cose attraverso i suoi stessi occhi. Occhi, come già detto non indifferenti.

Eccolo dunque a Venezia, dove ci fornisce una illuminante controstoria della Serenissima, ripercorrendola coi passi di Ezra Pound. Continua ancora sull’isoletta francese di Yeu dove, accanto ad interessanti notazioni sulla Vandea e sulla Restaurazione, riabilita la figura del Maresciallo Petain – ivi incarcerato e morto -, responsabile della Francia di Vichy.

Poi eccolo alla congiunzione tra Tigri ed Eufrate a parlare con quelli che un tempo erano pescatori e oggi vivono nel deserto creato da Saddam Hussein per bonificare le vaste zone acquitrinose dove i due fiumi si uniscono: crimine, per l’autore, ben più grave del possesso delle mai trovate armi di distruzione di massa. Eccetera.

Tanto basta per dare l’idea del libro. Una carrellata puntuale e personale allo stesso tempo sui luoghi legati all’acqua visitati da Pound, Hemingway, Simenon ed altri – famosi o meno – scrittori e studiosi. E su tutto la capacità di Solinas di proporre al lettore una prospettiva mai scontata dei luoghi descritti.

Recensione di Francesco Mazzetta

Edward Abbey: Fuoco sulla montagna

Il paesaggio è uno dei protagonisti di (quasi) tutti i migliori romanzi (e film) western. Semplicemente è il paesaggio stesso che fonda il genere: l’immensità selvaggia di fronte alla quale i coloni e i loro problemi e drammi si trovano ridimensionati. Un paesaggio che anche oggi, sebbene colonizzato, industrializzato, inquinato, rende al viaggiatore l’idea dell’immensità incontaminata. Così è per l’angolo del deserto del New Mexico descritto in Fuoco sulla montagna (Meridiano Zero, 205 p., € 12) di Edward Abbey.

Fuoco sulla montagnaPur essendo ambientato all’inizio degli anni ’60 del secolo scorso (gli stessi anni in cui il libro è stato originariamente scritto) possiamo parlare per esso di genere western (allo stesso modo del resto della trilogia dei cavalli di Cormac McCarthy o di The Hi-Lo Country, stupendo film di Stephen Frears che chissà perché da noi non è ancora uscito in DVD…) proprio perché è sul possesso di questo territorio che uomini si sfidano fino ad arrivare ad un vero e proprio “duello” finale.

I contendenti sono l’anziano John Vogelin, proprietario di un ranch su cui crescono yucche e sterpaglie appena sufficienti a dare nutrimento alla stentata mandria che alleva, e nientemeno che l’esercito degli Stati Uniti, che vorrebbe espropriargli la terra per farne una base missilistica.

Benché i soldi offerti per il ranch dal governo superino abbondantemente il suo valore reale, il vecchio cowboy rifiuta cocciutamente di andarsene dal luogo in cui è nato e che conosce alla perfezione, tanto da non aver bisogno di altro mezzo di locomozione che il suo cavallo (tranne per il pickup che gli serve per fare provviste in città) e neppure dell’energia elettrica.

Il conflitto tra il vecchio Vogelin e il governo degli Stati Uniti ci è raccontato dal punto di vista del nipote, Billy Vogelin Starr, che trascorre la sua ultima estate in vacanza dal nonno, cavalcando con lui alla ricerca di cavalli dispersi e di puma delle montagne. E’ attraverso i suoi occhi che vediamo come sia distruttivo il progresso, rappresentato appunto dall’esercito, se non moderato dal rispetto per l’ambiente. Chi vincerà questo conflitto è abbastanza facile immaginarlo, anche se la conclusione non è poi così scontata e il vecchio cowboy riuscirà comunque alla fine a soddisfare le sue speranze.

Recensione di Francesco Mazzetta

Mario Maffi: Mississippi

Mi sto ascoltando Funeral for a Friend, l’ultimo album appena uscito della The Dirty Dozen Brass Band, e sono letteralmente sommerso dall’atmosfera di The Big Easy, ovvero New Orleans. Ancora più dello zydeco, la forma musicale tradizionale tipica del bayou, il mix tra jazz, blues, soul e gospel tipica delle bande di ottoni riesce a trasportare immediatamente l’ascoltatore in quell’angolo del sud degli States in cui scorre il Mississippi.

MississippiUn sound dolce e triste in cui improvvisi scoppi d’allegria sfrenata apparentemente del tutto fuori luogo (ricordate l’episodio iniziale di Vivi e lascia morire, in cui un collega di 007 viene ucciso proprio durante l’esibizione in strada di una di queste brass band?) ci rimandano alle contraddizioni di un luogo allo stesso tempo leggiadro e prosaico: il sud del Mississippi, contemporaneamente patria di ibridazione e di razzismo, di bellezza naturale di attentati ad essa dall’industria umana, di “leggerezza” esistenziale (“The Big Easy”!) ma anche di povertà e miseria. Contraddizioni che esplodono clamorosamente lungo il tratto finale del fiume, ma di cui non è esente nessun tratto del suo percorso.

E ce lo spiega perfettamente Mario Maffi nel suo Mississippi (Rizzoli, pp. 542, € 20; sottotitolo: Il grande fiume: un viaggio alle fonti dell’America), un libro frutto di due viaggi up e downriver e di intensi studi per raccontare al lettore la storia e la vita di questo fiume che è il generatore di tutto il continente nordamericano. Il suo bacino, con comprensivo dell’ampia corte dei suoi affluenti, comprende infatti gran parte del territorio statunitense, dalle Montagne Rocciose fin quasi all’Atlantico, e costituisce il ricco panorama di quelle midlands che sono state il cuore mitico ed economico della colonizzazione americana.

Per raccontarlo Maffi non si limita a descrivere le sue impressioni, ma le mette continuamente a confronto con gli studi sulla storia, sulla geologia, sul folklore (sportivo, gastronomico e musicale: non dimentichiamo che nell’area del Delta nasce il blues!) di questa vasta area. Per questo Mississippi non è un libro facile, da leggere tutto d’un fiato, ma non di meno è un’opera affascinante e ricca, che cattura, in ogni sua pagina l’attenzione del lettore, spingendolo a rincorrere i riferimenti forniti da Maffi e a cercare i libri di cui parla e soprattutto a visitare i luoghi che descrive.
E questo – mi pare – è il miglior complimento che si possa fare ad un libro di viaggi!

Recensione di Francesco Mazzetta