Libri: recensioni e proposte di lettura di narrativa e saggi

Alberto Majrani: Ulisse, Nessuno, Filottete

“È del tutto logico pensare che, se uno è partito per la guerra e non è più tornato dopo vent’anni, ciò significa che è morto. E così pure che se qualcuno si presenta in sua vece, ma nessuno lo riconosce, deve essere qualcun altro.” Partendo da queste considerazioni apparentemente banali, Alberto Majrani, noto fotografo e giornalista scientifico e turistico, ricostruisce in modo sconvolgentemente realistico il racconto dell’Odissea nel suo libro Ulisse, Nessuno, Filottete (Logisma Editore, 2008, 12 euro).

Copertina del libro: UlisseMa chi poteva essere l’alter ego di Ulisse? Proprio colui che viene presentato da Ulisse stesso come il migliore degli arcieri achei, cioè Filottete, un personaggio altrimenti ben poco noto, ma le cui caratteristiche corrispondono al misterioso straniero ingaggiato da Telemaco per liberarsi degli arroganti Proci. Il geniale cantore di corte Omero, amante degli enigmi, provvederà a ricostruire la vicenda cucendo assieme una serie di leggende ambientate in luoghi lontani, per giustificare la lunga assenza di Ulisse, inserendo però tutta una serie di indizi che diventano evidenti solo se si conosce la soluzione. Non è un romanzo, per quanto scritto in modo brillante e a tratti spassoso, ma un saggio rigoroso e documentato, adatto tuttavia ad ogni tipo di lettore, che scoprirà un modo assolutamente nuovo e convincente di interpretare il più famoso poema della storia dell’umanità.

Giulio Giorello scrive nella prefazione che quella di Majrani sembra proprio una storia ben trovata. Forse d’ora in poi non si parlerà più dell’astuto Ulisse, ma dell’astuto Telemaco, l’astuta Penelope, l’astuto Omero. Infine, gli amanti dei viaggi non devono perdere l’Appendice del libro, dedicata alla sorprendente ricostruzione della geografia omerica, che smentisce completamente la vecchia idea secondo cui "Omero è un poeta e non un geografo".

Sito internet dedicato: www.filottete.it

Giorgio Bettinelli: In Vespa da Roma a Saigon

Ci sono luoghi in cui non siamo mai stati ma che leggendo alcuni libri ci è sembrato di riuscire un po' a vivere e a capire. Il merito è di uomini avventurieri e instancabili viaggiatori, uomini in grado di comunicare il loro amore per la scoperta, per il cammino, per la conoscenza. Attraverso di loro ci sembra di vedere il mondo, le persone, i particolari, di sentire i rumori, i profumi, le voci. Uno di questi uomini è Giorgio Bettinelli, scrittore, giornalista e passionale viaggiatore, autore di In Vespa da Roma a Saigon (Feltrinelli) .

Copertina del libro: In VespaTutto inizia nel 1992 quando Bettinelli lascia Roma per andare a vivere in un bungalow a un passo dal mare sull’isola di Bali, in Indonesia. Qui riceve in regalo una vecchia Vespa e decide poi di tornare in Italia per intraprendere un viaggio da Roma a Saigon. Parte alla fine di luglio del 1992, percorre 24.000 chilometri in sette mesi in un viaggio in solitaria dall'Italia al Vietnam, passando per Istanbul, Teheran, il deserto del Beluchistan, Calcutta, Rangoon e Hanoi. Attraversa dieci paesi: Grecia, Turchia, Iran, Pakistan, India, Bangladesh, Birmania, Thailandia, Laos e infine Vietnam. Da questa esperienza è nato il libro fatto di strade in pessime condizioni, di gente difficile, di paesi tormentati dalla guerra, di disagi e ostacoli burocratici ma anche di momenti di sfrenata libertà, di paesaggi e gente indimenticabili e altrettanto memorabili incontri on the road, incontri con le persone più svariate sullo sfondo di un'Asia misera e opulenta, tragica ed esilarante.

Con autoironia e freschezza il viaggio di Bettinelli conferma la convinzione che sia più importante e significativo il tragitto della meta. E il viaggio diventa metafora della vita, di desiderio, tensione di conoscenza e di ricerca oppure al contrario di distacco, di esilio, di perdita, di allontanamento da sé e dalle cose più care. Il tragitto è senza alcun dubbio quello che offre di più, che permette il confronto con l'ambiente, con le novità, con il solito e l'inusuale, con quella sottile ansia che ci accompagna lungo tutto il percorso, verso la meta. La meta non è che un miraggio, il motivo che ci permette di partire verso quel là, che appare sempre così terribilmente lontano. E così ha saputo fare, prendere e lasciare. Fermarsi e ripartire. Verso la sua meta, il suo miraggio.

Da questo primo viaggio, armato di un pacchetto di sigarette e una chitarra a tracolla, Bettinelli non ha più smesso, non è più sceso dalla sua vespa, lui che era esile come un fuscello e che di motori non capiva nulla. Tra il ’94 e il ’95 intraprende un viaggio di 36.000 chilometri dall’Alaska alla Terra del Fuoco e tra il ’95 e il ’96 da Melbourne a Città del Capo, 52.000 chilometri. Dal ’97 al 2001 compie un vero e proprio giro del mondo che dura più di tre anni dalla Terra del fuoco alla Tasmania coprendo 144.000 chilometri. Ha quindi svolto un altro viaggio nell'unico grande paese da lui finora non percorso: la Cina, dove poi si è trasferito e sposato.

Il 16 settembre 2008 Bettinelli è morto, colpito da un'infezione nel Sud della Cina, sulle rive del Mekong, dove viveva da quattro anni con la moglie di origine cinese Yapei. Stava preparando un altro libro, questa volta sul Tibet. Ci mancheranno le sue avventure ma ci restano i suoi libri (In Vespa, Brum Brum, Rhapsody in Black, La Cina in Vespa, In Vespa oltre l’orizzonte) dove scoprire tutte le incredibili esperienze che lo hanno accompagnato nei suoi viaggi in sella ad una Vespa.

Recensione di Paola Pedrini

Steph Davis: Tra vento e vertigine

Steph Davis è una arrampicatrice americana che in questo libro (Tra vento e vertigine, edizioni Versante Sud, pag.200) prova a raccontarsi, scrivendo di sé e del suo amore infinito per le ascensioni, ovunque esse possano effettuarsi. Pur facendo i conti con la giovane età dell’autrice, non possiamo che considerare questo libro una sorta di autobiografia per grandi temi: la scelta di cambiare vita, i sentimenti, l’amore per le montagne e ciò che ne è scaturito.

Copertina del libro: Tra vento e vertigineLa Davis è considerata una delle più complete scalatrici al mondo, una di quelle capaci, per intenderci, di saper affrontare con la stessa naturalezza, le terribili vette andine, così come le calde pareti statunitensi. L’approccio della Davis con la montagna, avviene in un modo piuttosto fortuito: come lei stessa afferma, la sua vita era sempre stata scandita dallo studio, più che dalla attività fisica, a parte un tardivo interesse per la mountain bike, verso i primi anni Novanta. E' un invito casuale a dare il via ad un amore viscerale, ad una voglia di indipendenza e libertà che la porteranno in giro per il mondo a scalare. La Davis decide che lo studio ed il pianoforte non sono la sua vera passione, così da un giorno all’altro decide di abbandonare studi e famiglia e di girovagare per gli Stati Uniti con il suo cane su un furgone, la sua nuova casa mobile, vivendo più a contatto con la natura e dove le sembrava più congeniale per proseguire con il suo sogno di arrampicare ovunque fosse possibile.

Dopo il primo approccio alla scalata, la passione la porta a misurarsi con diversi stili di arrampicata: ad esempio il boulder, il più semplice perché senza alcun tipo di attrezzatura, bisogna cercare di arrampicare grossi massi, fino ad un’altezza di tre metri circa; oppure il free-solo, quando si decide di arrampicare un’intera parete, senza alcuna forma materiale di supporto. Per questo la Davis, in questo libro ci porta in giro per il mondo, alla ricerca di pareti spettacolari nelle zone del mondo più impensabili, come l’Isola di Baffin, quando sottovalutò il problema della temperatura rigida, ma nonostante questo riuscì in alcune ascensioni importanti, o nella Yosemite Valley, terra di grandiose pareti rocciose, le cosiddette Big Wall, dove portò a termine la prima ascesa in tecnica libera di una donna, sulla terribile Salathé Wall. Ma una parte interessante del libro è anche quella dedicata alle intime ambizioni della Davis, alla continua ricerca dei propri limiti mentali e fisici di free climber professionista. Un'ambizione, come lei stessa afferma, che rischia di penalizzare i rapporti con le persone amate, compreso colui che poi è divenuto suo marito, anch’esso scalatore, quando diventa un vortice che assorbe tutto, anche il tempo per gli affetti.

Sito di Steph Davis: http://highinfatuation.com

Recensione di Nicolò Bocchi

Ken Follett: I pilastri della terra

Nato dalla penna di Ken Follett nel lontano 1989, “I pilastri della terra” è un libro tra i più controversi anche tra gli estimatori del narratore britannico. Ambientato nell’Inghilterra feudale, tra il 1123 e il 1174, “I pilastri della terra” è un libro difficile, oltremodo complesso, la cui trama si perde in mille rivoli e in decine di personaggi, nessuno dei quali ha la forza (o la volontà) di assurgere al ruolo di protagonista. E tutto ciò per una ragione semplice quanto sorprendente: protagonista dell’intera vicenda è la storia e la nascita dello stile gotico.

Copertina del libro: I pilastri della terraLe vicende umane del priore Philip, di Tom il costruttore, del vescovo Waleran, dell’enigmatica Ellen e di tutti gli uomini e le donne che compongono questo affresco storico si confondono nell’Inghilterra medioevale, nell’intreccio di una trama che non lesina intrighi, colpi di scena, sensualità e crudeltà. Il tutto sullo sfondo della costruzione di una cattedrale, raccontata da Follett nei suoi più minuti particolari architettonici che, sebbene rischino di confondere il lettore più distratto, conferisco al romanzo uno spessore unico, che va a riannodare tutti i fili di una trama complessa quanto affascinante.

Su questo affresco del XII secolo si stagliano poi i personaggi tratteggiati da Follett, quasi tutti dei “tipi”, più che delle figure con una propria psicologia autonoma, ma che in ogni caso riescono a farsi strada nel cuore e nella mente del lettore, sempre più avvinto per le oltre mille pagine che compongono il volume. Se i “cattivi” appaiono davvero troppo malvagi e senza il minimo scrupolo, nel campo dei “buoni” (perché, ricordiamolo, anche in questo caso siamo di fronte all’eterna lotta tra bene e male) vede spiccare alcune figure di eccellente spessore. Su tutte la splendida Aliena: eterea, carnale, pratica e intellettuale. Una donna reale, viva, modernissima ma vincolata al suo tempo e ai tempi di una storia bellissima, capace di emozionare.

Recensione di Cristiano Pinotti

Luca Del Re: “Non chiamatela guerra (Israele - Libano: una storia di confine)”

La seconda guerra del Libano o, come venne battezzata, la “guerra d’estate”, scoppiò ufficialmente il 12 luglio 2006 tra Israele e Libano, per una durata complessiva, solo apparentemente breve, di 35 giorni. Luca del Re, un ex disc-jockey e conduttore radiofonico, convertitosi al giornalismo come inviato di guerra, in questa sorta di diario (Non chiamatela guerra, pag.241, Cairo Editore), ci presenta proprio questi concitati giorni di battaglia.

Copertina libro: Non chiamatela guerraL’antefatto è unanimemente considerato il rapimento di due soldati israeliani, sul confine israelo-libanese, da parte di militanti vicini al movimento Hezbollah: il partito militare sciita libanese. La risposta di Israele non tardò a farsi sentire con bombardamenti ripetuti sul Libano e sulla capitale Beirut. Recentemente, a quasi due anni di distanza dal conflitto, i corpi dei due militari rapiti sono stati riconsegnati allo Stato israeliano in cambio della liberazione di alcuni prigionieri vicini ad Hezbollah.

Luca Del Re, già corrispondente di guerra nella ex Jugoslavia nel 1992, viene inviato per conto del canale televisivo La7, in piena “zona calda”, proprio sul confine israelo-libanese, con il suo fedele cameraman ed una collaboratrice. Posta la sua base operativa a Gerusalemme, ha modo di approfondire la situazione geopolitica dell’area mediorientale e di Israele e non ha difficoltà ad inserirsi nella vita di chi conduce questa guerra: le sue pagine prendono naturalmente la piega di una sorta di diario nel quale poter trascrivere le emozioni, le paure e i dubbi di chi si trova avvolto da un clima di assurdo scontro militare.

L’autore, in costante bilico tra la ricerca di scoop giornalistici e la voglia di poter continuare a fare ciò che ama, l’inviato di guerra, si arrischia in scambi di informazioni con personaggi di dubbia moralità ed in azioni pericolose, come quando, contravvenendo agli ordini di alcuni militari israeliani proprio sulla linea del confine, parte con la sua troupe per addentrarsi in territorio libanese, schivando proiettili e bombe e rischiando davvero, una volta rientrato nei confini israeliani, l’incidente diplomatico con i militari.

Ma questo libro è anche la toccante testimonianza della partecipazione civile alla guerra, raccontata con gli incontri fatti coi riservisti israeliani, fieri di poter combattere per il proprio paese, convinti dal patriottismo e da un alto senso del dovere, che il bene di quel momento fosse proprio quello di imbracciare le armi. E’ proprio a questo proposito che uno dei capitoli conclusivi del libro è costituito dalla lettera, interamente riportata, che lo scrittore David Grossman scrisse idealmente al figlio Uri, caduto in battaglia. Con questo lungo scritto, molto toccante, Grossman si rivolge al figlio, come se questi fosse ancora in vita, per riportare alla memoria i bellissimi ricordi che li legano, quasi a voler ancora una volta ricordarci, casomai ce ne fosse bisogno, che neanche le guerre “giuste”, sono sensate.

Recensione di Nicolò Bocchi

Leilah Nadir: “I giardini di Baghdad - Storia della mia famiglia perduta”

I giardini di Baghdad - Storia della mia famiglia perduta (pag.385, Cairo Editore) è la storia emozionante della famiglia della stessa scrittrice, Leilah Nadir. L’autrice, di padre iracheno e madre inglese, sempre vissuta tra Londra ed il Canada, racconta in prima persona le storie di quotidianità e di terribile attualità dei suoi parenti iracheni che si ritrovano a condurre la propria vita in territori devastati da continui conflitti: la guerra civile tra sciiti e sunniti, e quella tra truppe straniere e ribelli iracheni, anche se la sostanza tra i due conflitti non sembra cambiare.

I Giardini di BaghdadIl libro è un crescendo di drammaticità che va di pari passo con l’incredulità della Nadir nell’apprendere i fatti che si svolgono nel lontano Iraq. All'inizio del libro si narra della decisione del padre della Nadir di emigrare in Europa, per studiare e farsi un futuro liberandosi da una politica interna opprimente e tirannica, di quella poi che lo porta a stabilirsi nella Londra degli anni Sessanta, così diversa ed interessante rispetto alla piattezza che invece si respira nel Medio Oriente: tali scelte si riveleranno definitive per il rifiuto del ritorno in Iraq, sia per le difficoltà di un’ulteriore emigrazione, sia per i problemi di politica interna, sia per la scoperta di un mondo nuovo, aperto e tollerante. In questo modo la stessa Leilah nasce e cresce in Occidente, tra l’Inghilterra, patria della madre, ed il Canada, dove si trasferirà l’intera famiglia per seguire gli affari del padre ingegnere.

Per Leilah a questo punto l'Iraq non può che essere percepito come qualcosa di lontano, di sfuggevole, tanto che non è in grado di parlare correntemente la lingua, né tantomeno di comprenderla; e tuttavia la curiosità per esso è notevole, anche perché i parenti più prossimi, come i nonni, gli zii, i cugini, e tutti gli amici che gravitano attorno al nucleo familiare, sono ancora là. Ma ora è ancora più difficile poter entrate in Iraq, prima per gli impedimenti del regime di Saddam all'ingresso di cittadini occidentali, poi, dopo la sua morte, per la presenza dell’esercito americano che genera ulteriori conflitti interni sotto forma di guerriglia urbana, di attacchi suicidi e con autobombe.

La Nadir riesce a farsi portavoce di persone comuni che subiscono la terribile esperienza del conflitto per le cui cause non hanno alcuna colpa, grazie ad un contatto assiduo con un parente di Baghdad, mantenuto mediante il telefono e la posta elettronica: ma esso dipende dalla presenza – non continua - dell’elettricità. E’ davvero incredibile il parallelismo che a questo punto si crea tra la scrittrice, che si descrive all’interno di una quotidianità fatta di certezze e di ovvietà, quali l’acqua calda o, appunto, la corrente elettrica, ed una realtà nella quale tutto questo è vago e temporaneo, dove i bisogni fondamentali dell'uomo e il rispetto per la vita sono continuamente calpestati.

Il libro è corredato di alcune foto toccanti, realizzate dall'amica dell’autrice Farah Nosh (www.farahnosh.com) che, sfidando bombe e proiettili, è riuscita ad entrare in Iraq e a fotografare invalidi civili, soprattutto a causa delle mine antiuomo. Il finale del testo non è definitivo, per l’autrice, che si ripropone di riuscire un giorno a visitare il proprio Paese di origine. In conclusione il libro è una stupenda e coinvolgente testimonianza di come una guerra porti solo dolore e atrocità, e di come non valga alcun principio, a muoverne una.

Recensione di Nicolò Bocchi

Manuel Lugli: “Alpinisti sottaceto, Incontri abituali e accidentali”

Manuel Lugli, viene definito, nelle due prefazioni che aprono il suo libro, come un viandante della montagna, un girovago, uno zingaro delle alture, uno che sotto le suole delle proprie scarpe ha macinato migliaia di chilometri, e che puoi trovare da un capo all’altro della terra, in un bazar, intento a cogliere gli umori della gente, così come al campo base di qualche montagna, intento ad assaporare i racconti di ascese di altri alpinisti come lui. Insomma, uno che se c’è, te ne accorgi.

Copertina libro: Alpinisti sottaceto L’idea di Lugli, allora, è quella di provare a mettere su carta, (Alpinisti Sottaceto, Incontri abituali e accidentali, ed. Versante Sud) come in un piccolo dizionario dell’alpinismo, i nomi, più o meno celebri, di quel mondo dell’arrampicata che tanto lo entusiasma. La caratteristica maggiormente piacevole di questa idea non è tanto quella di avere una collezione di grandi nomi, con la lista delle imprese portate a compimento, bensì la parte da protagonista ritagliata per se stesso da Lugli, che caratterizza ogni personaggio con le emozioni o i dissapori emersi al momento del o degli incontri, nel caso di amicizie ad alta quota.

Un esempio su tutti è la figura di Messner, il re degli Ottomila, che Lugli non incontra in qualche campo base ma, anche per diversità anagrafiche, alla presentazione di un libro. Da lì nasce un tentativo di collaborazione-sponsor, con altri incontri tra i due. L’autore, che di tutti gli alpinisti non fa che scrivere poche righe di impressioni, a Messner dedica una ampia pagina, a metà tra impressioni positive e lo scarso feeling.

Il libro è un susseguirsi di nomi, celebri e meno celebri, alpinisti tutti, chi amico anche al di fuori dell’ambiente montano e chi incontrato una sola volta, ma comunque rimasto nell’animo di Manuel Lugli. Altra figura tra le altre che piace segnalare, anche per il bel ricordo che ne fa l’autore, è Anatoli Bukreev, fortissimo scalatore russo, incontrato la prima volta nel ’90: a Lugli appare come il dio vichingo Thor, alto, biondo e forte. Lo incontrerà sette anni più tardi, famoso ma sempre umile, poco prima che una valanga lo uccidesse sull’Annapurna. La forza di questo libro è la sintesi delle descrizioni, che senza preamboli arrivano ad identificare chiaramente colui del quale si parla: e alla fine il vero protagonista è l’autore, Manuel Lugli, che non appoggia la tesi del “famoso uguale sacro”, ma riversa su inchiostro ciò che gli incontri gli hanno suscitato, nel bene e nel male.

Recensione di Francesco Mazzetta

Michel Peissel: L’ultimo orizzonte

A chi ama i testi di avventura, ed in particolare i resoconti di viaggi, questo libro non potrà che suscitare emozioni profonde. Michel Peissel, noto esploratore, scrittore ed etnologo francese, con questo libro (L’ultimo Orizzonte - alla scoperta del Tibet sconosciuto, pag.240, ed. Nutrimenti) ci accompagna letteralmente alla scoperta di questa misteriosa regione cinese, un tempo nazione indipendente, nota più per le cronache politiche del forzato esilio del Dalai Lama e per le gravi difficoltà politiche che vive tuttora, sfociate anche nei recenti scontri della capitale Lhasa.

L'ultimo orizzontePeissel, una celebrità in Francia, uno dei maggiori conoscitori del Tibet che esplora da anni, cerca la vera natura ed essenza di questa terra fin dai suoi primi viaggi, ma questa volta la sua ambizione è ancora maggiore: pur conscio delle difficoltà che dovrà superare, vuole arrivare, dopo duemilacinquecento chilometri di percorso, all’estremo confine nord occidentale della provincia tibetana del Changtang. Già in passato numerosi esploratori avevano provato a varcare i confini di quella che è sempre stata la regione più ricca della Cina, ma mai nessuno aveva osato, per mancanza di mezzi e per scarsità di informazioni, avventurarsi in una impresa simile, in immersione totale nella natura, costantemente al di sopra dei 5000 metri sul livello del mare e “minacciati” dalla presenza costante di predatori e bracconieri, particolarmente attivi in questa vastissima area.

La vera sfida per l’autore, è quella di riuscire ad arrivare dove nessun occidentale ha mai provato ad andare, e soprattutto il suo desiderio è quello di poter arrivare a destinazione, tornare a Lhasa, la capitale del Tibet, dopo aver toccato le vette che segnano il confine cinese a nord ovest. Per far questo, oltre ad un attento studio delle cartine, e ad una scorta notevole di alimenti e carburante, Peissel si avvale dell’aiuto della sua compagna di precedenti avventure, Frédérique, e di altri autoctoni, quali autisti di jeep e cuochi. L’autore riuscirà nell’impresa, pur tra le notevoli difficoltà dettate dall'altitudine, dal freddo intenso e dalle condizioni del terreno spesso ghiacciato che rallenta l’avanzamento dei mezzi.

Il suo desiderio è quello di immergersi nella natura incontaminata senza turbarla; spesso leggendo il libro si ha quasi l’impressione che egli non voglia lasciare tracce del suo passaggio, perché risulta perfetto così, con le eterne montagne a disegnare l’orizzonte, e l’immutabile sensazione del non avanzare del tempo, in un luogo dimenticato da tutti.

Il pregio di questo libro, penso stia nella capacità di Peissel di emozionare il lettore nella descrizione delle sensazioni che vive nei rari incontri lungo il percorso, siano essi di animali, come il drong, lo yak selvatico che vive solo in queste zone, o di persone come gli ultimi cacciatori e pastori che vivono ancora in condizioni praticamente primitive. E poi la sua scrittura non si limita al resoconto di viaggio, ma si sofferma in pagine nelle quali ripercorre la travagliata storia del Tibet e delle sue popolazioni, in continua lotta con la “madre Cina”, quasi ad invogliare il lettore ad appoggiare il legittimo desiderio di indipendenza dei tibetani, e di porre fine all'esilio del loro padre spirituale, il Dalai Lama.

Recensione di Nicolò Bocchi

Pico Iyer: C'era una volta l'Oriente

Ogni volta che Oriente ed Occidente si incontrano nasce una nuova danza, fatta di fascino e sfida, seduzione e confronto, un’innata curiosità per l’ignoto, una proiezione delle proprie illusioni verso lo straniero con un giusto pizzico di calcolo e di innocenza. Così Pico Iyer descrive in C'era una volta l'Oriente (ed. Neri Pozza) l’incontro di due grandi culture, personale analisi di un lungo viaggio attraverso l’Asia, due mondi così estranei che combinati tra loro possono rivelare insoliti effetti.

C'era una volta l'OrienteDue realtà in continuo mutamento e movimento, legate alle tradizioni senza essere più quelle di una volta, proiettate con lo sguardo al futuro ma con l’orecchio teso ad ascoltare ancora i ricordi del passato. Pico Iyer rappresenta la perfetta combinazione di scrittore e giornalista, curioso, obiettivo e passionale narratore che, con la semplice descrizione dei fatti, è in grado di metterci di fronte alle trasformazioni di due mondi e due culture che si riconoscono, si accarezzano ma non si incontrano mai realmente. Il panorama che offre Iyer è quello di un popolo che sta assorbendo usi, costumi, modi di vivere, di pensare e di parlare del nostro mondo occidentale; ma l’impressione è che questo processo avvenga però con prudenza e un certo scetticismo, senza permettere ad una cultura di dominare mai veramente sull’altra, ma di rappresentare sempre una forte attrattiva.

Con la capacità di mettere tutto in discussione, l’autore analizza quanto dell’occidente è stato fatto proprio dai Paesi asiatici citando esempi che spesso si rivelano tanto veritieri quanto grotteschi. Il Tibet, considerato il regno sul tetto del mondo, sta lentamente scomparendo dando l’impressione di esistere solo nell’immaginario dei viaggiatori che qui approdano e sembrano sentirsi in dovere di camuffarsi nella gente del luogo. In Nepal si vende il Paradiso, quello legato agli accessori spirituali, un grande magazzino a prezzi economici, ancora più conveniente della vicina India. La Cina porge una volta la mano destra e una volta quella sinistra, senza sapere l’una dell’altra; ha aperto le porte al mondo ma all’Occidente concede solo appuntamenti al buio.

l’India è rappresentata da un’industria cinematografica che è il modello per eccellenza di un sistema produttivo di massa. E così prosegue il viaggio di Iyer, dalla Thailandia alle Filippine fino al Sol Levante, lasciando a casa convinzioni e certezze per aprire la mente a meraviglie, valori e problemi normalmente ignorati, per compiere un viaggio in stati d’animo, mentalità e passaggi segreti.

I cambiamenti avvenuti negli anni e una dettagliata analisi razionale farebbero pensare alla conquista occidentale dell’Oriente. Invece la scoperta più grande, non solo per l’autore, è che nessuno dei Paesi visitati sarà mai completamente trasformato dall’Occidente. La cultura e la spiritualità asiatiche sono troppo profonde per essere spazzate via da venti economici provenienti da ovest. Il sospetto è che sia l’Oriente a muoversi verso l’Occidente e non viceversa. Pico Iyer, di origine indiana, nasce in Inghilterra nel 1957. Si laurea a Oxford e poi ad Harvard. Già collaboratore della rivista Time, ama scrivere e viaggiare, è uno degli esponenti di spicco della narrativa post coloniale che ha dato un forte contribuito alla rinascita della letteratura inglese. In italiano sono disponibili i libri C’era una volta l’Oriente, Il monaco e la signora, Una stagione a Kyoto.

Recensione di Paola Pedrini

Andy Cave: Imparare a respirare

Devo ammettere che questo libro è stato una piacevolissima sorpresa, in tanti sensi: innanzitutto per il modo in cui è scritto, scorrevole e poco prolisso, e poi per l’argomento, o meglio, gli argomenti trattati. Certamente è un libro di avventura o comunque di viaggio, ma connotato da un forte senso di passione, di sentimenti veri e propri di uomini, come sempre accade quando si parla di ascese in alta montagna, spesso ai limiti del dramma.

Imparare a respirareImparare a respirare (ed.Versante Sud, pag.336, euro 17,80), è per tanti versi un libro autobiografico, in quanto l’autore, lo scalatore Andy Cave, ripercorre la propria vita, partendo da quando muoveva i primi passi sulle alture attorno a casa, sulle colline dello Yorkshire del sud, in Inghilterra, per arrivare all’impresa maggiore che lo ha visto protagonista: la scalata della parete nord - impresa mai riuscita prima - dello Changabang, nella catena dell’Himalaya. Andy nasce in un contesto ambientale e sociale che certamente poco ha a che fare con le montagne: l’Inghilterra è notoriamente un Paese che poco ha di montuoso, ed infatti l’autore, ancora ragazzino, deve spingersi con i compagni di cordata di allora, nelle vicinanze di Barnsley, la cittadina di origine, per trovare qualche asperità degna di essere presa in considerazione. La zona è nota soprattutto per le miniere di carbone, che danno lavoro alla maggior parte della popolazione maschile della zona, ed egli, una volta terminata la scuola dell’obbligo non sembra avere molte speranze in un destino migliore di tutti i maschi della famiglia che lo hanno preceduto, dal nonno, passando per il padre.

Così il suo futuro gli appare tanto evidente, quanto ineluttabile, anche se col tempo finirà per essere attratto, tanto dalla profondità, quanto dall’altezza delle vette più alte del pianeta. Andy decide di continuare a lavorare in miniera, ritagliandosi sempre più tempo libero per le proprie escursioni in altura, e cullando contemporaneamente il sogno di poter diventare una guida professionista. L’ambizione lo spinge a portare avanti due vite in parallelo: lavora duramente durante la settimana e si allena nel week-end per poter superare il difficilissimo esame da guida. Una volta superatolo, finalmente si avvera il sogno di poter viaggiare nel mondo, avendo come unici obiettivi quelli di salire le maggiori vette del pianeta, le famose “Sette Sorelle”, dislocate ognuna in un continente diverso.

Così Andy parte per la prima volta per le Dolomiti, in un viaggio sfortunato che sarà causa di un grave infortunio ad una gamba, ma che l’anno successivo gli garantirà quel bagaglio di esperienze che gli permetterà di tentare le ascese più difficili nella catena montuosa dell’Himalaya. Nel frattempo Cave riesce a laurearsi in letteratura Inglese, e gli viene offerta una cattedra universitaria part-time, anche questa ulteriore fonte di finanziamento, insieme al ruolo di guida montana, per le sue imprese private.

La possibilità di scalare la parete nord del Changabang appare qualcosa di altamente rischioso ma anche di irresistibile, per Andy e altri cinque compagni, ed infatti il sogno di una vita si trasformerà in un successo dai connotati drammatici. Durante la discesa, dopo dieci giorni passati in parete, aspettando il bel tempo, una slavina sorprende gli scalatori, e per uno di loro non ci sarà che la morte. Cave ne uscirà provato ma vittorioso, l’amore per la montagna lo ha trasformato in uno scalatore affermato ed in un valido scrittore, questo libro-biografia, ne è certamente una testimonianza.

Recensione di Nicolò Bocchi