Libia, il Messak Settafet
L'altopiano del Messak
Il Messak Settafet, "il massiccio nero", è un ambiente naturale molto diverso dall'Acacus: si tratta di un vasto altopiano, intagliato da spaccature rocciose, ricoperto da detriti di arenaria lucidati dalla sabbia e anneriti dal caldo rovente del Sahara. Un territorio desolato, praticamente senza vegetazione, tranne che negli uadi. Eppure, in una vicina epoca geologica, quest’area che si perde verso sud, nella piana che annuncia le dune dell'Erg di Murzuq, era una foresta rigogliosa, contornata da praterie, solcata dalle acque di un grande fiume, l’attuale uadi Bergiug.

Come, ancora oggi, avviene centinaia di chilometri più a sud, foresta e savana riecheggiavano dei richiami della fauna selvaggia, ricchezza per gli uomini preistorici, che ne traevano fonte di nutrimento e di ispirazione artistica. L’arenaria ha offerto a queste popolazioni un vasto territorio di caccia e la prima tela su cui raccontare il proprio mondo che, intatto, è giunto sino a noi, all’epoca della computer grafica.
Nel 1850 l’esploratore James Richardson, il naturalista Adolf Overweg e l’archeologo Heinrich Barth furono i primi europei ad ammirare i graffiti del Messak; incisioni, come annotò Barth, che “portano il segno di una mano forte e rilassata, ben esercitata in questo tipo di lavoro”. Da allora l’arte rupestre del Fezzan ha attratto molti studiosi: Leo Frobenius, Paolo Graziosi, Fabrizio Mori, tutti affascinati dalla vita che traspare da questa foresta perduta. Due i più rappresentativi siti d’arte presenti nel Messak Settafet: Mathendush e In Galghien.
Mathendush
Punto di riferimento dell’arte rupestre sahariana, il sito dell’uadi Mathendush si trova alle pendici sud orientali dell’altopiano del Messak. I cinquanta metri della falesia dello uadi costituiscono lo scenario di questo spettacolare museo a cielo aperto, che ci immerge nell’epoca dei cacciatori messakiani.
Al centro del sito si manifesta l’universo reale e mitologico di queste popolazioni primitive, e prende vita attraverso tratti profondamente incisi che delineano le immagini staccandosi dalla parete accuratamente lisciata. Questa sorta di santuario è dominato da due animali immaginari, che si fronteggiano, eretti sugli arti posteriori. La postura aggressiva delle zampe anteriori contrasta con l’atteggiamento generale delle due figure dalle movenze feline, che lievitano verso l’alto in una sorta di danza rituale. Tra i due Gatti Mammoni (Meercatze), come li battezzò Frobenius, spiccano le incisioni di quattro piccoli struzzi.

Sotto le due bizzarre figure si dispiegano opere di indubbio interesse artistico. Una giraffa, l’animale di gran lunga più rappresentato, con zampe poderose e collo forte. A destra la fronteggiano due cerchi: quello inferiore, coevo all’immagine, è formato da due cerchi concentrici raccordati da nove linee, una delle quali prosegue verso il basso fino a congiungersi a una forma irregolare.
Basandosi sulle tecniche di caccia ancora utilizzate dalle popolazioni Dinka e Nuer del Sudan meridionale, i ricercatori hanno ipotizzato che queste forme geometriche, presenti anche in altri graffiti, rappresentino delle trappole finalizzate ad imprigionare gli arti dell’animale. Questo, trattenuto da una pesante pietra diveniva così più facilmente attaccabile dagli uomini con lance e pugnali. Probabilmente questa rappresentazione aveva la funzione di pannello didattico, per istruire i giovani e iniziarli alle tecniche venatorie.
Verso l’estremità sinistra del Mathendush un possente coccodrillo preda un erbivoro, mentre, più a sinistra, si staglia un grande rettile, probabilmente un varano d’acqua, animale che, autentico fossile vivente, sopravvive ancora nel massiccio dell’Ennedi. Nei circa 1000 metri del Mathendush, l’arenaria racconta, attraverso centinaia di immagini, la primordiale storia di cacciatori, in un ambiente difficile ma di straordinaria bellezza.
In Galghien
“La pozza dei corvi”, secondo il suo significato in tamahaq,
la lingua dei tuareg, si trova alle pendici sud orientali dell’altopiano. Però per tutti gli appassionati d’arte
rupestre sahariana In Galghien è
“il posto degli elefanti” a causa della grandiosità
ed efficacia con cui sono riprodotte le scene di caccia al mastodontico
pachiderma. Tecniche venatorie, ancora oggi utilizzate dai pigmei delle
foreste centrafricane, si alternano a rappresentazioni di struzzi e di
giraffe, oltre a un ippopotamo che, inevitabilmente, ci induce ad immaginare
un ambiente naturale ricco di acqua e di vegetazione.
In questo sito sono facilmente distinguibili anche i caratteri alfabetici tifinhag, usati dai tuareg. Di epoca molto più recente, ma non sempre leggibili, si riferiscono a stadi antichi della lingua tamahaq. Nella maggior parte dei casi si tratta di frasi estremamente semplici, che si trovano in corrispondenza dei punti di sosta delle carovane. La presenza dei tifinhag segnala, quindi, l’esistenza di falde acquifere.

Informazioni turistiche
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