Viaggio nella musica: musicisti e album

Terry Callier: il Soul della pace

Il nome di Terry Callier, rischiava di essere ricordato solo come una leggenda del folk nero americano degli anni 60/70, ma fortunatamente il suo valore artistico è riemerso all'attenzione dei discografici alla fine degli anni '90 a seguito di alcune prestigiose collaborazioni: duetti con Beth Orton e Paul Weller, collaborazioni con 4 Hero, i Koop, un brano, “Don’t want to see myself without you”, che diventa una sorta di inno del circuito acid jazz.

Terry CallierCallier debutta negli anni ’60 nella natia Chicago, per la locale etichetta Prestige. The New Folk Sound of Terry Callier è del 1964: una miscela di radici folk e soul, cantate con una voce profonda e con testi mistici e visionari. I dischi successivi, i capolavori Occasional Rain e What colour is love, escono solo nei primi anni ’70. Dopo una lunga pausa di inattività, in cui Callier rimane senza contratto per oltre 15 anni, viene riscoperto dai DJ inglesi Eddie Piller e Gilles Peterson (fondatori delle etichette Acid Jazz e Talkin Loud), grazie ai quali diventa uno dei punti di riferimento della scena musicale acid jazz, r&b, soul, nu jazz e folk-rock. Nel 1998 la Verve dà alle stampe lo splendido Timepeace.

Da questo periodo in poi, Callier sembra trovare una seconda giovinezza, soprattutto in Inghilterra, dove spesso si esibisce e trova casa discografica. Vengono ripubblicati dischi inediti e nuovi lavori, tra cui Alive, nel quale si trovano buone testimonianze dell'illustre passato di Callier, e Speak Your Peace, prodotto da 4Hero e Bluey degli Incognito. L’album propone gemme musicali che fondono soul, jazz e pop e che si avvicina, come stile, in alcuni momenti a Marvin Gaye, in altri a Curtis Mayfield, in altri ancora a Smokey Robinson: l’ennesimo capolavoro di una carriera ultra trentennale. Speak Your Peace vede anche la presenza eccezionale di Paul Weller, da sempre rocker innamorato della musica nera, a cantare e comporre con il suo idolo in “Brother to brother”, tra i brani più riusciti dell’album stesso.

Discografia essenziale:
The new folk sound of Terry Callier (1964 Prestige); Occasional Rain (1972 Cadet); What colour is love (1974 Cadet); I just can’t help myself (1975 Universal); Fire on ice (1978 Elektra); Turn you to love (1978 Elektra); Tc in Dc (1996 Premonition); Timepeace (1998 Verve); First light: Chicago (1969-1971–1998 Premonition); Lifetime (1999 Universal); Alive (2001 Mr. Bongo); Speak your peace (2002 Mr Bongo/Family Affair).

Everything But The Girl: Home Movies (Blanco y Negro)

Nel 1984 usciva in Italia un disco con una copertina dai colori pastello che ci faceva scoprire un duo meraviglioso: gli Everything But the Girl. Il disco era Eden e il duo era formato da Ben Watt, alla chitarra e voce e Tracey Thorn voce solista. I colori pastello erano anche nella musica: cool jazz di alto livello e una punta di malinconia brasiliana.

Home Movies: The Best of Everything But the GirlCome altre volte è avvenuto nel mondo discografico, i due hanno raccolto i frutti di un successo internazionale dopo oltre dieci anni, quasi per caso, grazie alla collaborazione di Tracey Thorn con i Massive Attack, guru della scena trip hop anni '90. I due da sempre cult band dalle proposte eleganti, grazie ad un singolo fortunato “Missing” e al disco “Walking Wounded” che sperimentava suoni jungle, dub, drum’n’bass sul cui impianto tecnologico svettava la delicata voce di Tracey, si sono ritrovati di colpo sulle copertine dei giornali e nelle classifiche di mezzo mondo.

Se le vendite li hanno incoronati come icone della musica elettronica la carriera precedente di questi moderni cantori del minimale è altrettanto significativa e ben testimoniata dall’album Homes movies, un best che raccoglie la storia musicale del gruppo dalle origini: 10 anni di raffinato pop debitore dell’insegnamento di un altro grande duo: Simon & Garfunkel. Le 16 tracce del disco richiamano gli album Eden, Love not money, Baby the stars shine bright, Idlewild, The language of life e Worldwide. Un percorso musicale tutto all’insegna di un sound raffinato, saudade, caldi velluti sonori, atmosfere rarefatte più adatte al piccolo club che ai palasport o alle discoteche. In questi tempi di caro disco un acquisto intelligente e soprattutto duraturo, da consumare a piccole dosi, a casa o in viaggio.

Barbara Dennerlein: Junkanoo (Verve)

Junkanoo, un disco edito per l'etichetta statunitense Verve, ci offre l'occasione per parlare di Barbara Dennerlein, tastierista di nazionalità tedesca che, a dispetto delle origini, è riuscita negli anni ad emergere nel selettivo mondo del jazz internazionale.

Barbara Dennerlein: JunkanooDei cromosomi teutonici la nostra sicuramente conserva il rigore compositivo e la grande tecnica strumentale ma ad essi unisce gioia, freschezza, vitalità: doti tipicamente black e latine, a dimostrazione che la sensibilità artistica non ha confini e non conosce distinzioni di culture. Barbara Dennerlein è un tipo veramente speciale, ama in particolare le sonorità dell'organo Hammond, strumento pressoché identico a sé stesso da 30 anni a questa parte, ancora ineguagliato per timbro e calore, scoperto e portato nel Jazz dal grande Jimmy Smith ed oggi riscoperto da funkster di tutto il mondo.

Altra caratteristica notevole è rappresentata dalle scelte musicali. Barbara Dennerlein parte dall'austera Germania per approdare nei Caraibi e in particolare nelle Bahamas dove viene conquistata dalle musiche popolari del carnevale, "il Junkanoo", stretto parente del Mardi Gras di New Orleans, la celebrazione in musica e in ballo della libertà, la catarsi, almeno per un giorno, dalle durezze della vita.
L'artista metabolizza i suoni, i ritmi ipnotici del ballo, l'energia, gli aromi delle notti caraibiche e li trasferisce nelle sue composizioni; usa il Junkanoo come metafora per rappresentare anche la propria scelta di vita, essere una musicista jazz, musica liberatoria per eccellenza. Cercare di afferrare e ritrovare la "Joie de vivre" nel mistero della composizione, dell'improvvisazione e del feeling con il pubblico èil suo scopo.

Barbara Dennerlein è accompagnata in questa avventura da una formazione stellare di cui cito solo i più conosciuti: Randy Brecker alla tromba, David Murray, Howard Johnson e David Sanchez ai sassofoni, Dennis Chamber alla batteria, Don Alias alle percussioni. Grazie a loro le composizioni acquistano in libertà, si avvertono stili e influenze diverse, talvolta un respiro funky. Questo disco sfata il mito che il jazz sia solo musica per pochi, intellettuale e da ascoltare su comode poltrone di teatro, Junkanoo ritorna al jazz delle origini, nelle strade, nelle feste della popolazione creola e neroafricana, ma con un tocco di grazia femminile.

Goran Bregovic: Ederlezi (Polygram)

Goran Bregovic, tra i più ispirati compositori dei Balcani, nasce a Sarajevo da padre croato e madre serba. Dopo studi giovanili di violoncello, all'età di 16 anni fonda il gruppo rock "White Button" che trionfa nell'allora Jugoslavia con 13 album all'attivo dal 1974 al 1989. Proprio l'attività musicale porta Goran Bregovic ad incontrare un giovanissimo Emir Kusturica, bassista in una band punk.

Goran Bregovic: EderleziIl futuro regista stringe una forte amicizia con Bregovic che li porterà dal 1989 a collaborare alla stesura delle colonne sonore di tutti i film. Ederlezi raccoglie per l'appunto 10 anni di lavoro a 4 mani tra i due artisti: da una parte il talento visionario del regista e dall'altra la grande capacità compositiva, di arrangiatore e produttore del musicista. "Il tempo dei gitani", "Arizona Dream", "Toxic Affair", "La regina Margot" e l'acclamato "Underground" sono i film da cui sono estratti i brani dell'album.

Le atmosfere di "Ederlezi" sono quelle delle musiche popolari balcaniche, zigane e orientali unite ad una forte spinta lirica e sinfonica. I cori polifonici bulgari si uniscono alle forti sonorità degli ottoni e delle fisarmoniche delle bande di paese, le canzoni tradizionali agli arrangiamenti della moderna tecnologia per creare una fusione che ha un forte sapore di poesia e nostalgia. Impreziosiscono l'album gli interventi di ospiti d'onore del calibro di Iggy Pop, Cesaria Evora, Ofra Haza e un cameo dell'attore Johnny Depp.

Van Morrison: The Healing Game (Polydor)

The Healing Game non è certo il capolavoro di Van Morrison (“Astral Weeks”, “Moondance”, "Avalon Sunset" e "Hymns To The Silence" sono in questo senso irrinunciabili nella collezione di un fan), però è sicuramente una delle migliori performance in studio degli ultimi 10 anni di vita artistica del cantautore irlandese; un album intenso e diverso che suona però sempre alla Van Morrison, al di sopra di mode, corsi e ricorsi musicali, età e voglia di continuare.

Van Morrison: The healing gameIl vecchio è partito da Belfast nel 1961 a girovagare il mondo della musica e della ricerca interiore. Buon per noi che Van the Man, parafrasando il titolo di un suo disco, non ha ancora trovato un "guru, un metodo e un maestro" che appaghino la sua insoddisfatta ricerca di un senso alla vita. Come è accaduto a tanti artisti, la profonda insoddisfazione nei confronti dei valori e dei gadgets esistenziali si è tradotta in una vita sbandata, bilanciata però da una creatività artistica che a volte sfiora il misticismo, unica cura forse per chi sente la vita non solo con orecchie musicali, ma attraverso una sensibilità a 360 gradi.

The Healing Game è un tuffo nel soul, nella musica dell’anima, la sola che Van Morrison può fare, è la sua terapia, la faccia migliore del suo subconscio, quella che lui accetta e lascia affiorare, ma è anche la nostra storia e le nostre stesse cicatrici. “Sometimes we’re strong, sometimes we’re wrong, sometimes we cry”. Quando poesia e suono si incontrano non si può restare indifferenti. E' d'obbligo allora provate a seguire il percorso all’interno delle canzoni dell'album, afferrare qualche perla sparsa tra le righe e ascoltare l’incrocio tra la voce di Van Morrison e il controcanto dei cori, gli inserti degli strumenti a fiato, in primis la malinconica armonica dello stesso autore e il raffinato tappeto armonico che gli dà risalto. Se sentirete qualcosa risalire la spina dorsale sarete i benvenuti nel ricco e popolato fan club dell’anima.

Discografia essenziale:
Astral Weeks (Warner Bros) 1968, Moondance (Warner Bros) 1970, Avalon Sunset (Polydor) 1989, The Best Of Van Morrison (Polydor) 1990, Hymns To The Silence (Polydor) 1991, The Best Of Van Morrison Vol. II (Polydor) 1993, A Night In San Francisco (Polydor) 1994.