Una storia vera
Per capire questo film di David Lynch servono solo due cose: amare gli uomini e il viaggio. Perché “The Straight Story” – quanto è più azzeccato il titolo originale, rispetto alla piatta e retorica traduzione italiana - è un on the road, percorso a cinque chilometri all’ora.
Un viaggio assurdo, incredibile e, al contempo, di una semplicità disarmante. Un viaggio non solo attraverso l’America più vera e contadina, ma anche, e soprattutto, attraverso i sentimenti fondamentali: l’amore, nelle sue più diverse accezioni; i ricordi, spesso dolorosi e difficili da evocare; la vecchiaia, che permette di osare, di superare le mille barriere dettate dalle convenzioni.
Trama del film
La trama è l’antitesi della spettacolarità.
Alvin Straight è un vecchio di oltre 70 anni, provato nel fisico,
ma sorretto da una caparbietà e una tenacia che un osservatore
superficiale potrebbe definire testardaggine senile. Le sue giornate scorrono
in compagnia della figlia e di un gruppo di amici.
Ma ecco che suo fratello Lyle, con cui non ha rapporti da oltre dieci anni, ha un infarto. Un attacco di cuore che diventa sprone a compiere un viaggio pazzesco, in tutta la sua carica poetica ed emotiva. Senza patente, e fermamente deciso ad affrontare questa “prova” da solo, Alvin decide di percorrere centinaia di miglia in sella a un piccolo trattore tosaerba, per riabbracciare suo fratello.
È l’inizio di un’avventura, che si racconta tutta sul filo dell’emozione, legata da pochi, semplici elementi: lo strano veicolo di Alvin, soggetto a più o meno gravi intoppi meccanici; un vecchio cappello calcato sui capelli bianchi; un grosso sigaro e le stelle, che appaiono in tutta la loro magnificenza. Il trattore di Alvin percorre così centinaia di chilometri fatti di esasperanti rettilinei, che incidono una campagna americana, punteggiata da piccoli paesi che portano nell’America dei grandi spazi aperti, delle pianure lavorate dall’uomo, o delle colline solcate dal Mississipi.
Le tappe del viaggio, raccordato da una stupenda colonna sonora, sono scandite da incontri casuali, che per Alvin si trasformano in altrettante occasioni di rimpianto, di riflessione su temi che, senza vene filosofiche, superano la sua esperienza particolare e assumono i connotati dell’universalità. Una ragazza madre, un’incallita investitrice di cervi, un gruppo di ciclisti amatoriali, un prete, una famiglia come tante altre scandiscono il suo viaggio di riconciliazione.
Senza retorica e senza concessioni a spunti eroici, l’on the road di Alvin si sublima nella sicurezza e nella tranquillità esemplare che, per tutto il film, si legge nel suo sguardo. Occhi profondi che, di tanto in tanto, si velano di commozione, di dolore e di emozione, calati nell’immensità di un paesaggio di struggente e poetica bellezza, persi tra le stelle del cielo che sovrasta l’America, quella vera.
Il regista: David Lynch
Nato nel 1946, nel Montana, fa il suo esordio nel mondo del cinema con
“Eraserhead – La mente che cancella”, un film che, in
brevissimo tempo diviene un cult movie. È poi la volta di “The
Elephant man”, del 1980, vero e proprio capolavoro che ritrae la
diversità esteriore in toni drammatici ed esasperati.
A seguire
il colossal fantascientifico “Dune”, del 1984, Velluto blu,
del 1986, Cuore Selvaggio, del 1990, The Straight Story, del 1999, Mulholland
Drive, del 2001. Per la TV ha girato il celebre Twin Peaks.
Recensione di Cristiano Pinotti