Libri: recensioni e proposte di lettura di narrativa e saggi
Sven Lindqvist: Nei deserti
L’idea dell’autore di questo libro (Nei deserti, edizioni TEA, pag.176, euro 8.70 ), un apprezzato saggista e polemista svedese, laureatosi in Storia della Letteratura, è quella di descrivere la propria esperienza nel deserto sahariano, sotto forma di diario di viaggio. Lindqvist letteralmente si aggira, come scrive nel suo testo, per i rari e sparuti villaggi che incontra, non casualmente, nel suo percorso, volto a scoprire il deserto del Sahara, tra Marocco, Algeria e Mali.
Dico non casualmente, in quanto il suo peregrinare è sì una ricerca interiore che lo guida tra le sabbie africane, come un antico carovaniere, ma soprattutto è un lento ripercorrere i luoghi e le sensazioni che scrittori di fine Ottocento, avventurieri come lui, avevano ben descritto nei loro libri.
Il nostro autore prova così a rivivere quelle sensazioni che aveva trovato descritte in testi di grandi scrittori come Saint-Exupéry, Vieuchange, Isabelle Eberhardt ed André Gide, persone che molto tempo prima di lui, presi da una sorta di innamoramento assoluto per l’Africa ed il suo enigmatico deserto, avevano fatto l’impossibile per poter vivere dall'interno i sentimenti che questo può dare.
Per uno scandinavo come Lindqvist l’infinito paesaggio ghiacciato, che è abituato a vedere nelle sue terre, gli sembra ora del tutto simile ad un deserto, per le estreme condizioni di vita e per la difficoltà nel percorrere questi territori. E’ anche per questo motivo che egli ammira chi da sempre vive nelle terre desertiche africane, in condizioni ai limiti della sopravvivenza: così, ad esempio, rimane affascinato da chi svolge un mestiere importante, quanto pericoloso e difficile, il tuffatore dei pozzi.
Lindqvist dedica molto spazio e più riprese a questi uomini, che avevano il compito estenuante di ripulire i pozzi dalla melma del fondo, per guadagnare profondità ed impermeabilizzare le pareti, il tutto senza alcuna forma minima di sicurezza, tale per cui il rischio di incidenti anche mortali era sempre in agguato. Il compito più ingrato per i tuffatori successivi, allora, era quello di portare alla luce anche i corpi di chi li aveva preceduti. Come detto, l'autore cerca di ripercorrere le tappe che prima di lui altri scrittori avevano tracciato; egli “sente” i luoghi di chi lo ha preceduto, cerca gli stessi alberghi di un secolo prima, le stesse botteghe di artigiani e soprattutto gli stessi profumi ed odori, muovendosi, però in luoghi che non sempre sono rimasti così inviolati da permettergli di farlo.
Egli ammira quella schiera di scrittori che, per amore della scoperta, hanno dovuto affrontare non poche difficoltà e rischi legati a problemi di pregiudizi e di intolleranza, non del tutto scomparsi nei territori sahariani, come Michel Vieuchange che, per poter conoscere la vita nel deserto, si dovette travestire da donna, avvolto da capo a piedi nella lunga tunica araba, e vivere così per lunghi mesi senza essere mai scoperto, per avere “la libertà” di percorrere le stesse vie dei carovanieri ed entrare in contatto con le popolazioni berbere.
L'originalità di questa sorta di diario di viaggio di Lindqvist è tutta nella marginalità della presenza dell'autore, sempre in secondo piano quasi non volesse togliere importanza alla centralità di queste terre terribili ed estreme che, se in apparenza sembrano essere inospitali e respingerci, in realtà nascondono tesori inestimabili di bellezza, e al fascino suscitato da uomini coraggiosi che non si arrendono di fronte alle avversità della natura.
Recensione di Nicolò Bocchi
Chen Guidi e Wu Chuntao: Può la barca affondare l'acqua?
Può la barca affondare l'acqua (Marsilio, 237 p., € 15) è un titolo molto cinese, che fa leva sulla passione per gli apparenti nonsense (apparenti nel senso che sembrano nonsense a noi occidentali) tipici di questa cultura, ma in realtà il titolo originale spiega molto meglio di che cosa si stia parlando: "Zhongguo Nongmin Diaocha" sta infatti per "La vita dei contadini cinesi".
Nelle parole degli stessi autori, Chen Guidi e Wu Chuntao, marito e moglie entrambi di origini contadine: «La pubblicazione... è stata paragonata al fragore di un tuono. Il riscontro pubblicitario, alla sua scarica elettrica». Tanto clamore non ha per certi versi giovato ai due autori: «appena due mesi dopo la sua pubblicazione e nel bel mezzo del battage pubblicitario, "La vita dei contadini cinesi" fu messo al bando per ordine del Dipartimento di Propaganda del Comitato Centrale e venne fatto sparire da tutte le librerie.
Ogni riferimento al libro scomparì nell'arco di una notte. Era come se non fosse mai stato scritto, come se tutto l'interesse che aveva suscitato non fosse stato che un sogno». In realtà che di sogno non si fosse trattato lo dimostra il fatto che a dispetto della censura ufficiale «milioni di copie pirata iniziarono a farsi strada verso i lettori di ogni angolo del paese».
Il clamore del libro superò anche i confini cinesi, ricevendo il “Lettre Ulysses Award” per il miglior reportage e gli autori vennero nominati “Leader di prima linea nella battaglia per il cambiamento in Asia” dal Business Week e “Eroi dell'Asia” da Time. I due autori inoltre svolgono un'attività di conferenze al di fuori della Cina per portare ovunque l'esperienza raccolta, ivi compresa l'Italia.
Ma qual è il motivo di tanto clamore? Il fatto che i due autori hanno indagato la condizione di vita dei contadini cinesi, in particolare quelli della provincia di Anhui, di cui Chen Guidi è originario: una delle provincie più povere, ancorché una delle principali riserve di prodotti agricoli del paese. Guidi e Chuntao riportano nel loro reportage le incredibili vessazioni a cui essi sono sottoposti dalla burocrazia locale. In barba a tutte le regole vengono derubati di tutti i loro averi, impossibilitati ad avere opportunità di crescita economica, politica o sociale, brutalmente imprigionati, percossi, addirittura uccisi se osano mettere in dubbio la liceità delle vessazioni a cui sono sottoposti.
Nel libro vengono presentati episodi narrati da testimoni diretti (con tanto di nomi e cognomi dei responsabili) di tasse ingiuste che servono unicamente ad arricchire i funzionari locali per abolire le quali i coraggiosi contadini che hanno osato protestare hanno dovuto salire la scala gerarchica del potere a volte fino a Pechino.
A presentare l'edizione italiana del libro è stato chiamato Federico Rampini, corrispondente a Pechino de “La Repubblica” ed autore di due libri di successo sulle cose cinesi: L'impero di Cindia e L'ombra di Mao (entrambi pubblicati da Mondadori). Nonostante l'indiscussa competenza del giornalista, egli nella sua introduzione addebita la situazione al regime ideologico che vige in Cina. In realtà Guidi e Chuntao citano a più riprese la discrepanza tra le leggi emanate a livello centrale – volte a diminuire il carico fiscale dei contadini e a migliorare il loro status sociale – è la realtà di inasprimento continuo della pressione a causa di contributi richiesti dal potere locale praticamente su ogni cosa.
Il problema individuato da Guidi e Chuntao dunque risiede nella catena burocratica eccessivamente lunga tra chi emana le leggi e chi deve applicarle e farle rispettare a livello locale. Una catena tanto lunga che ben difficilmente – tranne in casi di azioni disperate o di coinvolgimento dei media – consente alle denunce di arrivare a chi potrebbe intervenire. Il regime comunista in ciò non ha certo fatto nulla di nuovo, dato che da millenni l'immenso impero cinese si deve confrontare con tali problemi di governo. Tali problemi però, dagli anni del dopoguerra in poi, aggravano in maniera spropositata il non indolore processo di industrializzazione con il conseguente esodo dalle campagne alle città, che del resto in ogni paese ha portato a frizioni e scontri, spesso sanguinosi.
E proprio in questo contesto si può leggere sia la proibizione ufficiale di diffusione del libro di Guidi e Chuntao, sia il suo successo non ufficiale, il consenso ufficioso ai due autori perché continuino a documentarsi per una nuova pubblicazione e alla loro attività di conferenze all'estero. Se infatti ufficialmente il potere centrale di un paese non democratico non può ammettere che un problema di tale gravità e vastità sfugga alle proprie maglie di controllo, il permettere comunque la diffusione della versione non ufficiale del libro e la discussione intorno ad esso diventa un modo per dare un segnale di come il problema sia all'attenzione perché l'acqua (i contadini) dopo aver per tanti secoli tenuto a galla la civiltà cinese (la barca) non affondi ora trascinando con sé anche ciò che finora ha sostenuto.
Recensione di Francesco Mazzetta
Robert Neuwirth: Città ombra
Robert Neuwirth è un giornalista statunitense che scrive per il New York Times, The Nation, The Village Voice, Newsday, Metropolis e City Limits e che per il libro pubblicato da Fusi orari - "Città ombra, viaggio nelle periferie del mondo" (284 p., € 15) ha trascorso due anni della sua vita nelle comunità squatter delle baraccopoli delle principali città del mondo. Precisamente a: Rocinha, favela di Rio de Janeiro; Kibera, «un mare di case fatte di terra e pezzi di legno che sorge da primordiali pozzanghere di fango» a Nairobi; Sanjay Gandhi Nagar a Mumbay; Sultanbeyli, cittadina abusiva con tanto di municipio alle porte di Istanbul.
La prima osservazione che compie Neuwirth entrando in ognuna di esse è che queste comunità non sono degradati ricettacoli della criminalità come vengono dipinti dai media, ma al contrario sono generalmente ordinate e rispettose dell'ordine, spesso molto più dei quartieri “ufficiali” delle città a cui sono collegate. Gli abitanti, nella maggioranza non sono individui equivoci o criminali che si pongono volontariamente ai margini della società, ma uomini e donne “comuni” richiamati nella città dalle possibilità economiche e di lavoro che essa offre, ma impossibilitati a trovarvi dimora a causa dei prezzi esorbitanti delle abitazioni e dei relativi affitti che costruiscono, per sé e per le proprie famiglie, una spartana dimora in terreni abbandonati.
Ma proprio il primo slum descritto da Neuwirth, quello di Rocinha, dimostra come gli squatter, se non scacciati dalle forze dell'ordine e non pressati da speculatori terrieri, riescono nel giro di non troppi anni a migliorare la zona da loro abitata, a trasformare i miseri tuguri iniziali in vere e proprie abitazioni spesso con tanto di servizi igienici, acqua corrente, linee elettriche e tv. Di più: si trasformano in veri e propri quartieri dove la vita può essere più confortevole che non nei quartieri cosiddetti ufficiali, dove la malavita organizzata – paradossalmente? - consente un livello di sicurezza maggiore che nel resto della città.
Ultima notazione assolutamente importante è la descrizione dell'autostima che spinge gli squatter anche nelle condizioni più miserabili a migliorare le proprie condizioni prima di tutto col lavoro. Per dimostrare ciò Neuwirth narra il proprio disagio a Kibera nel mantenere un'immagine decente di sé in un mondo fatto di fango stupendosi contemporaneamente di come gli abitanti riuscissero invece a indossare sempre abiti perfettamente lindi e stirati. E soprattutto lo stupore nello scoprire che il disagio dimostrato dagli abitanti dello slum nei suoi confronti non era dovuto al suo essere straniero o al diverso colore della sua pelle, ma al fatto che lui puzzasse e non riuscisse a tenersi pulito.
Neuwirth non si limita a descrivere questi quartieri, ma ne traccia sia una storia – narrando come le occupazioni abusive siano alle radici delle metropoli più importanti del mondo occidentale come Londra o New York – sia un profilo politico. Interessante in particolare quest'ultimo in quanto Neuwirth mostra come gli abitanti degli slum non sono rivoluzionari, ma anzi quando in qualche modo riescono a organizzarsi politicamente, come a Sultanbeyli, si dimostrano tendenzialmente conservatori, appassionati sostenitori dell'ordine. E vede in ciò una sorta di contestazione delle manifestazioni attuali del marxismo a favore invece di un recupero del marxismo originario, del valore inteso come appropriazione e modificazione tramite il lavoro del materiale grezzo messo a disposizione dalla natura.
In questo caso terreni non occupati che dagli squatter vengono resi disponibili all'economia tramite le costruzioni da loro realizzate che possono essere comprate, vendute, affittate e funzionare da base per l'ampliamento di servizi sia commerciali che infrastrutturali. Per questo Neuwirth indica proprio nelle “baraccopoli”, e nel problema che esse pongono al concetto contemporaneo di “proprietà”, un nodo centrale che l'economia e la politica devono risolvere per gestire efficacemente la globalizzazione del mondo.
Recensione di Francesco Mazzetta
Fulvio Abbate. Roma: guida non conformista alla città
Chi o cosa dovrebbe spingere un turista che si accinge a visitare Roma, a scegliere questa guida, piuttosto che una tra le mille che di solito vengono proposte nelle librerie? Mi viene da rispondere niente o nessuno, in quanto un neofita della “città eterna” non potrà basarsi solo sulle nozioni date da questa guida, che però può integrare in maniera perfetta il turista che non si accontenta dei luoghi comuni (in tutti i sensi), e che invece ama scoprire proprio i luoghi, gli angoli e i locali che hanno mantenuto un sapore autentico della capitale italiana.
Fulvio Abbate, scrittore palermitano trasferitosi a Roma e qui stabilitosi per amore della città, propone una guida, appunto, Roma-guida non conformista alla città, (Cooper, pag.292, euro 12), che per assurdo andrebbe acquistata da ogni cittadino romano o da chi Roma la conosce già assai bene. Questo testo si presenta infatti sotto forma di un elenco davvero notevole di quartieri, locali più o meno malfamati, personaggi noti e no, ma romani veraci, vie e tutto quell'insieme di curiosità che solo chi conosce davvero la città può notare e apprezzare.
Così ecco che ogni particolare che Abbate ha annotato, ogni personaggio pubblico dotato di una certa vis romana, ogni angolo nascosto ma pieno di significato, viene brevemente descritto dall'autore in uno stile a metà tra il serio e il divertito, senza lesinare una vena ironico-critica.
Il metodo di scrittura adottato da Abbate non prevede un ordine alfabetico o per categorie, ma è un elenco con breve descrizione, quasi a voler mimare uno sforzo della memoria con continui collegamenti e rimandi, e non una pianificazione di intenti: sembra quasi una passeggiata per le vie di Roma, che rimandano all'autore collegamenti a persone o altri luoghi della città.
La nostra lettura spazia dalla presentazione del celebre conduttore Gianfranco Funari (“dichiaratamente super-romano”), alla descrizione del famoso Ponte Milvio, divenuto meta di pellegrinaggio dei giovani, non tanto per essere uno dei ponti più antichi di Roma, ma in quanto scelto come luogo dove si fissano i -lucchetti dell'amore- ai suoi lampioni, come avviene in un libro del neo idolo dei baby lettori, Federico Moccia.
Curiosa poi la scelta di tralasciare perlopiù i luoghi che hanno fatto di Roma la città eterna famosa nel mondo, come le celebri piazze e i monumenti che qualunque turista”tipico”, non può non fermarsi a vedere ed apprezzare. Una riga soltanto, ad esempio, viene dedicata a Via del Corso, “molto famosa perché ospita un Mc Donald's”…
Come già detto, questa può essere un'ottima soluzione per chi non si accontenta di visitare la città passeggiando nelle vie principali e maggiormente turistiche, ma per chi invece desidera conoscere in maniera più approfondita e reale, quel che resta dell'anima romana di una metropoli. La mancanza di una cartina o di una mappa sulla quale vedere annotata la posizione dei luoghi elencati e dei ristoranti tipici o le locande, è forse l'unico vero neo della guida, che per definirsi tale forse avrebbe proprio dovuto includerne una, oltre al fatto che nell'indice è sì presente il titolo di ogni singolo piccolo capitolo, ma non in ordine alfabetico, bensì di scrittura, il che non rende certamente facile una consultazione veloce.
Recensione di Nicolò Bocchi
Sandra Petrignani: Ultima India
«Quando si torna da un viaggio in India e la gente ti chiede come è andata, senti che la domanda è carica di aspettative. Non è la stessa distratta gentilezza con cui ci si informa: be', ti sei divertito a Edimburgo? O: com'è la Cina? È sempre invece come se volessero sapere: insomma l'hai trovato l'Assoluto, l'Uno-Senza-Secondo, quella cosa il cui centro è ovunque e la circonferenza da nessuna parte?»
Questa
la riflessione che si pone la scrittrice Sandra Petrignani nel
suo libro Ultima India (già pubblicato dieci
anni fa da Baldini e Castoldi ed ora ripubblicato da Neri Pozza: 143
p., € 14,50) ed essa sta a chiusura dello stesso, quasi a voler
riepilogare il proprio viaggio – avvenuto tra novembre e dicembre
del 1994 – e voler trarre un senso da esso. Tanto più che
tale viaggio è stato compiuto su pressione di amici e conoscenti
che consigliavano la Petrignani (scrittrice nata a Piacenza e residente
a Roma, con all'attivo romanzi come Poche storie, Care presenze, La
scrittrice abita qui, ecc.) di visitare l'India prima che essa scomparisca
travolta dal processo di modernizzazione (la Cindia di Federico Rampini?).
Sarebbe stato interessante dunque se la ripubblicazione del libro fosse stata accompagnata da un aggiornamento, o almeno da una prefazione o una conclusione, con l'autrice che a distanza di un arco temporale significativo ci dicesse se e come vedeva cambiata l'India, ovvero se quella del '96 era davvero l'ultima India.
Anche in mancanza di tale aggiornamento il libro si fa apprezzare sia per la qualità della scrittura sia per la qualità dell'osservazione. La Petrignani ci narra infatti le sue peregrinazioni per l'India alla ricerca di monumenti ma anche dei templi che in gran copia esistono in India ed hanno ispirato vere e proprie migrazioni spirituali. Eccola allora a confronto con il pensiero di Gandhi, di Krishnamurti, di Sri Aurobindo, ma eccola anche faccia a faccia con il Sai Baba.
Quello che ne esce sono sensazioni contrastanti, apparentemente non assimilabili in un quadro unico: la pulizia, l'ordine, la spiritualità delle scuole teologiche o teosofiche vanno a braccetto con una umanità incredibilmente povera e virulenta come quella descritta a Benares dove vivi e morti, gli animali e tutti i gradi della malattia convivono fianco a fianco sparendo in maniera addirittura miracolosa ai cancelli delle scuole o dei luoghi sacri.
L'autrice si chiede il motivo di tali incongruenze e tenta di trovarne indizi nelle persone che incontra o che l'accompagnano per parte del suo viaggio, in particolare il suo autista, Ayyappam, che ripete ogni cosa due volte, o Marc, un turista americano che rimpiange l'efficientismo industrializzato e pulito raggiunto dal Dubai dove lavora, o Nawaz, giovane studioso di ingegneria elettronica che inaspettatamente le fa la corte. A queste riflessioni si aggiungono i colloqui con i maestri delle scuole visitate: tutti pieni di saggezza, ma contemporaneamente tutti insufficienti nella mente dell'autrice.
In conclusione le risposte al quesito riportato all'inizio non sono costituite da sentenze, certezze irrefutabili, illuminazioni, quanto dalla comprensione e dall'arricchimento insiti nell'atto stesso del viaggiare, dell'essere messi di fronte a scenari – sociali, culturali, ecc. - diversi da quelli che sono radicati in noi. Non è un caso che la Petrignani metta in calce al volume l'elenco delle letture – Kipling, Nietzsche, Chatwin, Gandhi, Krishnamurti, Moravia, Pasolini, ecc. - che l'hanno accompagnata sia fisicamente sia culturalmente nel viaggio. Ecco che dopo dieci anni scopriamo che il diario di viaggio della Petrignani dunque non solo non è diventato un inutile memoir, ma che al contrario si è trasformato in un piccolo classico della letteratura di viaggio.
Recensione di Francesco Mazzetta
David Torres Ruiz: Angeli del Nanga
Chi si aspettasse di trovarsi a leggere un libro per soli appassionati di montagna, sbaglierebbe certamente qualcosa. Vincitore del Premio Desnivel di letteratura di montagna, nel 1999, Angeli del Nanga (Versante Sud, 132 p., € 14,50) è il primo romanzo dello scrittore spagnolo David Torres Ruiz che, in maniera sapiente ed abile, cala il lettore in una storia che poco, almeno in principio, sembra aver a che fare con un tipico racconto di ascensioni alpinistiche.
La
storia si snoda intrecciando due protagonisti inconsapevoli, che in
una fredda sera madrilena si incontrano in un bar. Angel è un
uomo sulla cinquantina, è seduto a un tavolo e parla da solo,
bevendo birra. Sandra è la seconda protagonista, l’interlocutrice
muta dell’uomo, che si siede di fronte a lui, colpita dalla sofferenza
che questo sembra comunicarle, forse afflitto come lei da problemi sentimentali,
visto che è appena stata lasciata dal proprio ragazzo. Il sentimento
iniziale di Sandra è quello di stupore e di commiserazione per
l’uomo ma quando nota che egli è completamente privo delle
dita di entrambe le mani, in lei scatta qualcosa che la terrà
incollata di fronte a lui ad ascoltare il suo racconto, come rapita.
Angel parla di sé al passato e si rivolge a Sandra senza avere mai la reale consapevolezza di aver lei di fronte a sé, anzi rivolgendosi a qualcuno che chiama Adrian, il suo ragazzo scomparso. Inizia allora a delinearsi la storia di una tragedia di montagna, che come sfondo ha il Nanga Parbat, uno dei quattordici “ottomila” della Terra, la montagna per eccellenza, per gli scalatori quella più difficile, anche se non la più alta, e che ha mietuto più vittime e che è testimone del maggior numero di falliti tentativi di ascensione.
Angel ed Adrian ne tentarono la conquista anni prima ma la spedizione fu un fallimento a causa dell’ambizione del secondo, che provocò indirettamente la morte di due altri alpinisti amici; anche Adrian scomparve sotto una valanga e il suo corpo non fu mai ritrovato ed è forse per questo motivo che Angel teme che si possa essere salvato ma non abbia mai più fatto sapere nulla di sé, interrompendo così anche la loro storia d’amore, e causandogli una ferita ancora più profonda di quella reale data dalla perdita delle dita a causa del gelo.
È incredibile come questo romanzo riesca a creare più protagonisti contemporaneamente, ognuno dotato di una propria vicenda che riesce ad originarsi e a dotarsi di senso per poi concludersi pur nella brevità del romanzo, ed è curioso come ogni personaggio sia caratterizzato da una delusione sentimentale che lo spinge a compiere un atto di volontà, maggiore forse delle proprie reali possibilità, come per Adrian e Angel è stato scalare il Nanga Parbat, la montagna nuda.
Recensione di Nicolò Bocchi
Manu Larcenet: Come sopravvivere in azienda
La voce narrante nel fumetto del francese Manu Larcenet Come sopravvivere in azienda (Q Press, 48 p., € 9,90) è affidata a Congo Bob, avventuriero ed esploratore che dal fondo dei mari, facendosi strada nel fitto della giungla, arrampicandosi su una vetta innevata, attraversando un arido deserto ci racconta non le proprie esotiche peripezie, ma piuttosto la pericolosità dell'ambiente con cui la maggior parte di noi probabilmente ha a che fare tutti i giorni: l'ufficio di una qualsiasi azienda.
Nell'ufficio
non dobbiamo fronteggiare belve feroci o un ambiente ostile, ma pericoli
ben maggiori: colleghi invidiosi, dirigenti con idee balzane, rischi
continui di ristrutturazioni, molestie, e – last but
not least – la noia di un lavoro ripetitivo che ci attende, se
siamo fortunati, per molti anni.
Certo Larcenet usa l'iperbole per divertire i suoi lettori: probabilmente,
ad esempio, mai nessun ufficio contenziosi organizzerà un attentato
al consiglio di direzione “solo” perché l'azienda
va bene e il numero di reclami da parte dei clienti è sceso facendo
prevedere per l'ufficio in questione una riduzione dell'organico.
Ma sicuramente certe esagerazioni sono solo apparenti: il ragioniere che approccia la collega solo per essere subito dopo fatto oggetto delle medesime attenzioni da parte del proprio capo o gli impiegati che non gradiscono i capi “egualitari” e preferiscono invece che sia sempre bene rimarcata la gerarchia (che se li costringe a sottostare chiaramente a chi sta sopra, in compenso – si parva licet – da loro una chiara superiorità nei confronti dei sottoposti).
Il tutto disegnato in un bianco e nero col quale vengono alternati due registri: il vignettistico della vita d'ufficio narrata da Congo Bob e quello realistico in cui si muove invece quest'ultimo. Quasi a sottolineare la maggior realtà e concretezza del mondo all'esterno dell'ufficio. Ma magistralmente nella conclusione del volume i due registri si mischiano: monito forse al fatto che se svariate sono le vie di fuga, quasi sempre ci tocca tornare a fare i conti con le giungle urbane dominate da affamati predatori in giacca e cravatta.
Recensione di Francesco Mazzetta
Jean-Michel Riou: Il segreto di Champollion
Quello di Riou non è un libro di storia, ma un romanzo (Il segreto di Champollion, Sonzogno, 393 p., € 17,50). Nonostante ciò la spedizione napoleonica in Egitto, il successivo studio delle antichità egiziane e in particolar modo dei geroglifici in competizione con gli inglesi, nemici di sempre, è narrato con un forza ed una vividezza che raramente si trovano in un libro di storia.
Certo:
alcuni nomi e alcune date sono stati cambiati, alcuni episodi inventati,
soprattutto il potere mistico dei geroglifici caricato ad un livello
appunto puramente narrativo. Ma nonostante ciò Riou riesce a
proporre al lettore un ritratto fedele dell'epoca, anzi proprio l'aver
scelto una dimensione narrativa gli permette di accompagnare per mano
il lettore facendogli raccontare le vicende direttamente dalla voce
dei protagonisti.
Tre sono gli studiosi che alternativamente raccontano le vicende: Morgan de Spag, Orphée Forjuris e Pharos-J. Le Jeancem. Chi cercasse questi uomini in un libro di storia, non ne troverebbe traccia, ma il motivo ci viene rivelato già dal romanzo: s'immagina che i diari di questi tre autori, raccolti assieme, siano dati in consegna ad un editore parigino col mandato di conservarli e di non pubblicarli prima che siano passati 150 anni dalla morte del loro ultimo autore. In più i nomi sono gli anagrammi dei veri autori per proteggere la loro memoria.
Ma tutti e tre si sono trovati accomunati dall'avventura napoleonica in Egitto, tutti e tre hanno contribuito ai primi studi delle antichità archeologiche, tutti e tre, dopo essere tornati in patria hanno contribuito alla scoperta della persona che avrebbe potuto decifrare la scrittura del Faraone: Jean-François Champollion, appunto, che ancora ragazzo incontrò il matematico Joseph Fourier (anagramma di Orphée Forjuris) che aveva partecipato alla spedizione napoleonica e che gli mostrò la personale collezione di antichità riportata dall'Egitto. Da quel momento la vita di Champollion fu dedicata allo studio dell'antico Egitto e in particolare dei geroglifici, cosa che gli permise anche d'incontrare Napoleone durante i suoi cento giorni prima dell'esilio a Sant'Elena.
Tutto il romanzo è pervaso dal desiderio napoleonico di scoprire il segreto dell'impero millenario del Faraone al fine di fondarne uno altrettanto duraturo, segreto che viene supposto essere racchiuso nei geroglifici, scrittura ermetica contro cui si sono scagliate le potenze occidentali dell'antichità e della cristianità per imporne la cancellazione. Sia de Spag (maschera dietro cui si nasconde il matematico Gaspard Monge), sostenitore e collaboratore di Napoleone, sia Le Jeancem (dietro cui sta Jean-Joseph Marcel), stampatore e orientalista disinteressato alla politica, sia Forjuris-Fourier, avverso al generale e imperatore corso, vengono comunque affascinati da questa intuizione/illusione e si spendono al fine di scoprire il mistero dei geroglifici, sostenendo Champollion contro gli intrighi che avvicinano le trame inglesi alle spie dello Stato Pontificio.
Il tutto narrato come se fosse scritto dagli stessi protagonisti, con l'imitazione da parte di Riou dello stile di scrittura ottocentesco, che se da un lato appesantisce la lettura, dall'altro la rende verosimile e addirittura palpitante. Tra i tanti libri presenti in libreria che sostengono verità esoteriche sugli antichi egizi fornendo prove evanescenti e dimostrazioni claudicanti, un romanzo come questo è una vera boccata d'aria fresca che ci permette d'immaginare verità nascoste da millenni mentre scopriamo eventi storici con la stessa facilità e lo stesso piacere che si ricava leggendo pure avventure.
Recensione di Francesco Mazzetta
Diego Marani: Enciclopedia Tresigallese
L’anomalia di questo libro che si sviluppa proprio come una sorta di enciclopedia dei ricordi adolescenziali dell’autore, è data anche dallo stesso scrittore, Diego Marani, affermato autore di libri, ma soprattutto funzionario internazionale presso il Consiglio dei Ministri dell’Unione europea a Bruxelles.
Seppure
ancora piuttosto giovane, in questo suo ultimo lavoro (Enciclopedia
Tresigallese, Bompiani, pag.202,
€ 14), Marani ritorna mentalmente alla sua infanzia, e ricordando
perlopiù i personaggi che la popolarono, (zie, negozianti, amici…)
ci regala uno spaccato della sua Tresigallo di allora, una frazione
di campagna della vicina città di Ferrara.
In questo modo i ricordi affiorano come di getto dalla mente dello scrittore, che nel ricreare immagini di una Emilia che sembra uscita da uno dei migliori film di Fellini, si caricano anche di una malinconica atmosfera di un “qualcosa” che non c’è più, di una genuinità che non è più ricreabile, se non, appunto, tramite i propri vivissimi ricordi adolescenziali.
E così ecco tornare alla mente i bidelli della scuola, da sempre creduti sposati e abitanti le lugubri aule scolastiche, o l’appuntamento fisso con il dolce natalizio, la zuppa inglese, pretesto per creare amorevoli bisticci tra i nonni, o gli scappellotti della nonna, a cena da lei, a Natale e Capodanno, che a chi ne chiedeva la motivazione, rispondeva candidamente “Se non l’hai fatto, lo farai!”, intendendo una qualsiasi delle mascalzonate dei tanti nipoti.
Marani segue una specie di ordine cronologico, nel suo testo, passando dai ricordi dei primi anni dell’infanzia, quando sedeva sui banchi delle scuole elementari, fino all’età delle scuole superiori, con le prime automobili acquistate in società con gli amici, le vacanze in Riviera, a caccia di ragazze e gli scherzi dal tono meno scanzonato e dall’aria premeditata, come quando decidono (subito scoperti) di chiamare a casa del dottore del paese, annunciando la presenza di una bomba nel sottoscala…
La lettura di questo libro, per ampi tratti divertente, ironica e facilmente asportabile ad una situazione tipo di qualunque paese della provincia emiliana di trentacinque, quaranta anni fa, non riesce volutamente a tralasciare una nota agrodolce di un sentimento che si è perso con il tempo, di un modo di rapportarsi con gli altri che non esiste più, di una infanzia che dura pochi anni, durante i quali siamo circondati da persone che cambieranno o non ci saranno più. Marani lo sa e ci lascia fotogrammi sparsi di un bel film dall’aria malinconica.
Recensione di Nicolò Bocchi
Neil Gaiman: I ragazzi di Anansi
Florida, Londra, Caraibi. Questo il percorso tracciato da Neil Gaiman nel suo I ragazzi di Anansi (Mondadori, 356 p., € 16). Ma il percorso geografico è secondario rispetto a quello “mitografico” delineato nel romanzo. Come già nel precedente American Gods (sempre pubblicato da Mondadori) infatti Gaiman immagina che le divinità delle popolazioni che vivono negli Stati Uniti abbiano colonizzato, assieme agli immigranti, il Nuovo Continente.
E
se in American Gods ad essere protagonista era il pantheon nordico (Odino,
Loki, & co.), nel suo ultimo romanzo ad essere messo in scena è
Anansi, il Ragno, protagonista della mitologia africana. Anansi è
il vecchio Nancy, nonostante gli anni (ma l'età anagrafica umana
è ovviamente indifferente agli dei), ancora interessato a far
colpo sulle giovani avventrici di un bar della Florida dove si esibisce
per loro in uno spettacolo di karaoke.
Nonostante il successo ottenuto, all'improvviso le sue spoglie mortali collassano in un intempestivo infarto, e l'eredità della divinità va al figlio, un inconsapevole Charles Nancy, che vive a Londra, sfuggito – assieme alla madre umana – alle intemperanze del padre ignorando che fossero anche quelle di un dio. Charlie, detto Ciccio, è tutt'altro che brillante: stimato in ufficio per la sua operosa ottusità, amato dalla fidanzata per la sua bovina acquiescenza.
Ma tutto cambia quando, al funerale del padre, scopre d'avere un fratello di cui ha finora ignorato l'esistenza. E a differenza di lui quello è intraprendente, fascinoso e pienamente consapevole del proprio retaggio con tutte le capacità e le intenzioni di adoperarsene. Il fratello in poco tempo gli manderà in malora lavoro, fidanzamento e, cosa che più conta per Ciccio, rispettabilità.
E Ciccio per risalire la china dovrà fare i conti con la propria schiatta, ritrovando sentieri mai conosciuti prima che lo portino nella terra delle divinità africane per affrontare il mortale nemico di Anansi, la Tigre, che vorrebbe far proprie tutte le storie minuziosamente intessute dal Ragno, trasformandole in deliri di potenza e sangue, appropriazione, furto ed assassinio.
Recensione di Francesco Mazzetta