The Terminal

"The Terminal" di Steven Spielberg è un film sui margini. E sull’essere al margine. In esso il luogo è centrale. In realtà qui il luogo è un non-luogo, come direbbe Marc Augè. Un tipico non-luogo, cioè area di transito, di passaggio. Un non luogo che nessuno penserebbe mai di rendere propria casa. Tranne Viktor, il protagonista, che ha la straordinaria capacità di stare sul margine di questo nonluogo senza mai oltrepassarlo e così esistendo.

Trama del film

Copertina DvdLa trama la si conosce, ma sarà bene rammentarla. Viktor Navorsky (Tom Hanks) arriva al Terminal di New York, partito dal suo paese natale (la Krakosia). Ma appena mette piede nella grande soglia di ingresso della Big Apple (in questo caso rappresentata dall’aeroporto) non ha più il riconoscimento della sua cittadinanza perché nel suo Paese, mentre trapassava nel viaggio aereo di cielo in cielo è iniziato, e ora è in atto un golpe.

Così improvvisamente Viktor si trova impossibilitato a entrare negli Stati Uniti e si trova costretto sulla soglia del Terminal. Il problema è che non può nemmeno tornare a casa. Deve, è costretto, a star fermo, a sostare e a soggiornare nel luogo del transito. E avrà un bello sperare il futuro direttore dell’aeroporto (tutto in ansia per la sua promozione apicale) che Viktor varchi la soglia dell’aeroporto e entri nella giurisdizione della polizia, in modo che sia essa ad occuparsi del suo caso. Viktor genialmente farà di necessità virtù e renderà l’aeroporto la propria casa.

Recensione

Questo è a somme linee il sunto concettuale e narrativo della storia di Viktor e del “suo” Terminal. Si tratterà ora di osservare un po’ più analiticamente i confini, i limiti, le soglie che caratterizzano questo film così kafkianamente antikafkiano e perciò molto kafkiano. Ma una cosa già si può dire: Kafka, o meglio, Joseph K., il protagonista del "Processo" l’aveva già capito. Si pensi infatti alla parabola "Di fronte alla Legge", dove sostano il custode e l’uomo di fronte alla soglia. Entra, non entra? Il fatto è che impara a stare sulla soglia, sul margine e così trascorre la propria vita fino alla morte. Proprio per questo la pellicola è anche molto wellesiana: si sa che Kafka piaceva molto a Orson Welles e non solo per la trasposizione del Processo. Si pensi solo al tema legislativo dell’Infernale Quinlan.

E anche The Terminal è un film sulla legge, sui suoi confini e le sue delimitazioni; tra l’altro esso è forse il migliore dell’ultimo Spielberg, in cui si coglie appieno la raggiunta maturità artistica del regista. Ma dicevamo delle soglie, dei confini, dei limiti. Innanzitutto parliamo della soglia giuridica a cui abbiamo già accennato. Con una premessa: qui la soglia della legge è visibile nella sua relativa invisibilità (perché i confini sono invisibili agli occhi ma ci sono eccome! E poi non sono così invisibili, basta guardare a tutti quei border di cui è costellato il film (qui Kafka era più elegante e non aveva bisogno di mostrarli così smaccatamente) nell’organizzazione topologica dello spazio del racconto.

Anzitutto il confine tra l’aeroporto e New York è per Victor invalicabile (la sua soglia dell’essere come l’uomo di Kafka di fronte alla legge). Il confine delimita come nelle realtà due spazi: lo spazio del nonluogo del Terminal e lo spazio della città (quanto è lontano il villaggio, direbbe ancora Kafka!). E’ confine giuridico perché delimita due giurisdizioni: quella dell’aeroporto e quella della città, il personale aeroportuale vs la polizia. È il limite dei limiti per Viktor. Quel confine che Viktor non oltrepasserà se non quando ne sarà legittimato, alla fine della storia. E’ il confine che oscilla di continuo, la soglia che lo stesso Viktor vorrebbe oltrepassare ma si trattiene, ma soprattutto la soglia che la giurisdizione aeroportuale nella figura del direttore vorrebbe fargli oltrepassare.

Tutto il film è giocato sulla variabilità di questa soglia principale, la porte che separa l’aeroporto dalla città di New York. La configurazione spaziale delle soglie, questa sorta di topogeografia del limite, si traduce allora in una impossibilità giuridica, in un assenza di diritto. Viktor manca del diritto di cittadinanza e quindi non gli è concesso di mettere piede negli stati Uniti. Per questo gli viene ritirato il passaporto. Egli allora rappresenta una discontinuità nel racconto: è nella tipica condizione dei personaggi di Kafka, che sono in un luogo senza averne il diritto, ma in realtà ci sono e quindi un diritto di fatto, per lo meno quello di “calpestare il terreno”, ce l’hanno.

Ma tutto il film è in realtà costellato di soglie, confini, limiti. Sarebbe interessante fare un inventario fenomenologico di tutti questi tipi di soglie. Ne mostreremo qui alcune. Si tratta, d’accordo con i filosofi Barry Smith e Achille Varzi, di soglie o limiti “fiat”, ossia di limiti artificiali o istituiti. Siamo completamente immersi nel mondo sociale e non si danno qui confini naturali: se non come realizzazione fisica di confini istituiti socialmente. Spielberg, si diceva, costella la storia di varchi, di fessure, di limiti. Uno di questi è di nuovo il confine dell’accettazione. Viktor, rendendo quotidiano lo “straordinario”, si recherà ogni giorno all’accettazione per avere il visto di entrata, presso una impiegata nera. E tutti i giorni la sua richiesta verrà respinta.

Intanto ne nascerà una sottotrama: un altro e-marginato che vive in aeroporto, attraverso Viktor, che nel frattempo farà amicizia con la bella impiegata e per parte sua conoscerà una hostess di cui si invaghirà, conoscerà questa donna dell’accettazione e ne scaturirà un nuovo atto giuridico, quello del matrimonio fra i due. Ci sono poi molte altre soglie: quelle dei negozi dell’aeroporto, quelle dei vari ingressi nei vari uffici, quelle della polizia (“do not cross”), quella che l’inserviente indiano che fa le pulizie delimita per dire di “non passare, terreno scivoloso”. È una intera teoria di varchi, di porte, di portali. Esso in qualche modo rappresenta l’ultimo sviluppo del sogno di integrazione americana, della possibilità per tutti. Forse dell’american dream dell’America di Kafka. Solo l’altra faccia della violenza americana o vera alternativa al neo conservatorismo?

Marco Meneghelli